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SALVE, SONO LA DOTT.SSA RITA MANZO, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA SISTEMICO-RELAZIONALE.
RICEVO TUTTI I GIORNI PREVIO APPUNTAMENTO TELEFONICO AL NUMERO 3333072104.
LO STUDIO SI TROVA A CALVI RISORTA (CE), IN
VIA GUGLIELMO MARCONI N.30. SI HA LA POSSIBILITA' DI USUFRUIRE DELLA TERAPIA PSICOLOGICA ANCHE IN MODALITA' ONLINE.
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lunedì 23 dicembre 2013
mercoledì 9 ottobre 2013
DISTURBO DI SOMATIZZAZIONE
Il disturbo di
somatizzazione è una sindrome cronica che si manifesta con sintomi somatici
(cioè fisici) che non hanno cause di tipo organico, ma che sono associati ad un
disagio psicologico e sociale e sono comunque tali da indurre il paziente ad
assumere farmaci, a consultare medici e ad alterare il proprio stile di vita.
Il termine “somatizzazione”,
dunque, indica il processo che porta ad
esprimere un disagio psicologico mediante la comparsa di sintomi fisici, in
assenza di patologie organiche.
I criteri diagnostici per il
Disturbo di Somatizzazione secondo il DSM-IV-TR (Diagnostic and Statistical Manual of Mental
Disorders, Fourth Edition) sono
i seguenti:
- Una
storia, cominciata prima dei 30 anni, di molteplici lamentele fisiche che
si manifestano lungo un periodo di numerosi anni, e che conducono alla
ricerca di trattamento o portano a significative menomazioni nel
funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
- Tutti
i criteri seguenti debbono essere riscontrabili, nel senso che i singoli
sintomi debbono comparire in qualche momento nel corso del disturbo:
- quattro
sintomi dolorosi: una
storia di dolore riferita ad almeno quattro localizzazioni o funzioni
(per es. testa, addome, schiena, articolazioni, arti, torace, retto,
dolori mestruali, dolore nel rapporto sessuale o durante la minzione);
- due sintomi gastro-intestinali: una storia di almeno due sintomi gastro-intestinali in aggiunta al dolore (per es. nausea, meteorismo, vomito al di fuori della gravidanza, diarrea, oppure intolleranza a numerosi cibi diversi);
- un
sintomo sessuale: una
storia di almeno un sintomo sessuale o riproduttivo in aggiunta al dolore
(per es. indifferenza sessuale, disfunzioni dell’erezione o
dell’eiaculazione, cicli mestruali irregolari, eccessivo sanguinamento
mestruale, vomito durante la gravidanza);
- un
sintomo pseudo-neurologico: una
storia di almeno un sintomo o deficit che fa pensare ad una condizione
neurologica non limitata al dolore (sintomi di conversione, come
alterazioni della coordinazione o dell’equilibrio, paralisi o ipostenia localizzate,
difficoltà a deglutire o nodo alla gola, mancamenti, afonia, ritenzione
urinaria, allucinazioni, perdita della sensibilità tattile o dolorifica,
diplopia, cecità, sordità, convulsioni, sintomi dissociativi come
amnesia, oppure perdita di coscienza con modalità diverse dai
mancamenti).
- L’uno
o l’altro di 1. e 2.:
- dopo
le appropriate indagini, ciascuno dei sintomi del Criterio B non può
essere esaurientemente spiegato con una condizione medica generale
conosciuta o con gli effetti diretti di una sostanza (per es. una droga
di abuso, o un medicinale);
- quando
vi è una condizione medica generale collegata, le lamentele fisiche o la
menomazione sociale o lavorativa che ne deriva risultano sproporzionate
rispetto a quanto ci si dovrebbe aspettare dalla storia, dall’esame
fisico e dai reperti di laboratorio.
- I sintomi non sono prodotti intenzionalmente o simulati (come nel Disturbo Fittizio o nella Simulazione).
Il Disturbo di Somatizzazione è
diagnosticato prevalentemente nelle donne, ha un andamento clinico di tipo
cronico, con ricorrenti ospedalizzazioni per osservazioni, visite mediche, test
diagnostici. Raramente passa un anno senza che il soggetto cerchi qualche tipo
di attenzione medica motivata con sintomi somatici. L’esordio si manifesta
prima dei 30 anni, i sintomi in genere compaiono durante l’adolescenza e,
intorno ai 25 anni spesso è possibile fare una diagnosi completa del disturbo.
I sintomi più comuni sono gastro-intestinali, specie nausea e vomito,
difficoltà a deglutire, dolori agli arti, dispnea indipendente da sforzo,
amnesie, disturbi mestruali. E’ comune la convinzione di essere stati malati
per la maggior parte della propria vita.
I soggetti di solito descrivono i loro malanni in termini
coloriti, esagerati, ma spesso incoerenti o non supportati da dati concreti e
specifici.
E’ da specificare che i sintomi lamentati dal
paziente (crampo, sensazione di gonfiore, di
rigidità, nausea ecc) non sono affatto immaginari, è solo che non corrispondono
ad un problema che origina dalla zona a cui è riferito il sintomo (ad esempio
intestino, stomaco, ecc.), ma origina invece dal sistema nervoso.
Il Disturbo di Somatizzazione può essere complicato dalle innumerevoli
visite, trattamenti ed
interventi a cui l’individuo si sottopone, quasi sempre senza successo, per
alleviare il proprio malessere; spesso richiedono il trattamento anche a
numerosi medici contemporaneamente; l’invasività e spesso l’inutilità di questi
interventi possono seriamente peggiorare il quadro e danneggiare in maniera
irreversibile gli organi oggetto degli interventi; allo stesso modo l’eccesso
di farmaci può portare ad un quadro di dipendenza.
Il quadro sintomatologico è spesso
poco specifico e può sovrapporsi a una quantità di condizioni mediche generali.
Tre caratteristiche depongono per una puntuale diagnosi di tale disturbo:
1) coinvolgimento di molteplici
apparati;
2) esordio precoce e decorso cronico
senza lo sviluppo di segni fisici;
3) assenza delle alterazioni di
laboratorio che sono caratteristiche della condizione medica ipotizzabile.
I soggetti presentano lamentele
fisiche ricorrenti per quasi tutta la vita, indipendentemente dalla condizioni
fisiche del momento.
Umore depresso e sintomi ansiosi
possono costituire la ragione per cui questi pazienti giungono in terapia. Talvolta
è presente anche un comportamento impulsivo, antisociale.
Nonostante la difficoltà che spesso
i pazienti con Disturbo di Somatizzazione hanno nel vedere e accettare una
relazione tra i loro sintomi fisici e i loro problemi psicologici, un supporto
psicoterapeutico è utile innanzitutto in quanto è stato dimostrato che tale
percorso può riuscire a diminuire le loro spese per la salute anche del 50%,
soprattutto per il decremento delle spese di ospedalizzazione, senza che
risulti abbassato il loro grado di funzionamento o quello di soddisfazione per
le cure ricevute. Attraverso la psicoterapia possono inoltre essere aiutati a gestire
i loro sintomi e talora ad eliminarli.
Dott.ssa Rita Manzo
giovedì 26 settembre 2013
PSICOPATOFOBIA - PAURA DI IMPAZZIRE
Il non sentire più di avere il controllo di mente e corpo, il forte senso di irrealtà, la sensazione di estraneità dal corpo e da ciò che lo circonda, il vedere offuscato, le palpitazioni, i brividi, sono tutti sintomi dell’ansia che possono stordire a tal punto da far credere al soggetto di non essere in grado di riprendere il controllo della situazione e di stare quindi impazzendo. Ma tutto ciò è solo un brutto scherzo dell’ansia e in nessun caso questa paura indica che la persona stia realmente impazzendo. Tali sensazioni spaventano in maniera eccessiva le persone che le esperiscono, ma sapere che si tratta di ansia e nient’altro, per quanto spaventosa possa essere, può essere di grande aiuto a chi ne soffre. Le persone non "diventano pazze" improvvisamente e il solo fatto di analizzare la propria sanità mentale è già un indice di normalità. Questa fobia è di per sé paradossale, dato che nelle gravi malattie mentali temute, quali ad esempio le psicosi, uno dei sintomi principali è proprio la mancanza di insight, cioè di consapevolezza della malattia. Gli psicotici non hanno potere sui loro episodi psicotici che possono durare per giorni o addirittura settimane, periodo durante il quale non vi è la percezione di perdita del controllo. Così, anche se l'ansia può far sentire la persona “come se” stesse impazzendo, resta comunque una sensazione che non ha nulla a che vedere con un vero episodio psicotico.
A volte la paura di impazzire è momentanea, ma ci sono casi in cui diventa quasi un’ossessione. Solitamente le persone mettono in atto dei meccanismi per cercare di ridurre il problema come ad esempio l’evitamento di tutte le situazioni ad “alto rischio” di panico, ciò però può produrre una riduzione progressiva delle normali attività nel quotidiano, iniziando da quelle che comportano l’esposizione diretta con i luoghi o le situazioni potenzialmente pericolosi, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a periodi più o meno lunghi di vero e proprio ritiro sociale e isolamento da qualunque contatto interpersonale. Questi meccanismi non permettono alla persona che manifesta tale problematica di viversi la vita serenamente. Uno dei rimedi più efficaci per superare la paura di impazzire è cercare di parlare e condividere questo stato d’animo, le sensazioni che si provano e i sintomi. Per essere supportati nel modo migliore sarebbe utile cercare aiuto rivolgendosi ad uno psicologo specializzato in psicoterapia.
Dott.ssa Rita Manzo
martedì 24 settembre 2013
DISTURBO OSSESSIVO COMPULSIVO
Il
disturbo ossessivo compulsivo (DOC) è caratterizzato dalla presenza di ossessioni
e compulsioni.
Le
ossessioni sono pensieri, immagini
mentali o impulsi persistenti, intrusivi ed indesiderati, che si manifestano
ripetutamente nella mente e che la persona fatica a controllare ma che, in
assenza di ansia, giudica come infondati ed insensati. La persona tenta di
ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o immagini, o di neutralizzarli
con altri pensieri o azioni, comportamenti
ripetuti, rituali.
Le compulsioni,
dette anche rituali o cerimoniali, sono comportamenti
ripetitivi (ad esempio lavarsi le mani, controllare se il gas o la porta di
casa è chiusa, riordinare oggetti), ma anche azioni mentali (ad esempio
contare, pregare, ripetere formule, ecc.) che
vengono attuate dalla persona allo scopo di ridurre l’ansia, il senso di
disagio psicologico provocato dai pensieri ossessivi che generalmente le
precedono. Spesso, alla loro mancata esecuzione, viene associato il
timore che possa succedere qualcosa di brutto a se stessi o alle persone care.
I
pensieri intrusivi si manifestano più volte nel corso della giornata.
Chi
soffre di tale disturbo spesso mette in atto delle condotte protettive come
l'evitamento di certe situazioni ritenute "pericolose" che, a lungo
andare, causano limitazioni sia nella vita lavorativa che sociale che affettiva.
Chi
soffre di DOC percepisce la stranezza dei suoi comportamenti e non prova alcun
piacere a compiere i rituali (es. lavarsi le mani) ma li ritiene necessari al
fine di mettere a tacere i pensieri assillanti che gli affiorano alla mente.
I criteri diagnostici per il DOC
secondo il DSM-IV-TR (Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders) sono i seguenti:
- Ossessioni
o compulsioni.
Ossessioni come definite da 1., 2.,
3. e 4.:
- pensieri,
impulsi o immagini ricorrenti e persistenti, vissuti, in qualche momento
nel corso del disturbo, come intrusivi o inappropriati e che causano
ansia o disagio marcati
- i
pensieri, gli impulsi, o le immagini non sono semplicemente eccessive
preoccupazioni per i problemi della vita reale
- la
persona tenta di ignorare o di sopprimere tali pensieri, impulsi o
immagini, o di neutralizzarli con altri pensieri o azioni
- la
persona riconosce che i pensieri, gli impulsi, o le immagini ossessivi
sono un prodotto della propria mente (e non imposti dall’esterno come
nell’inserzione del pensiero).
Compulsioni come definite da 1. e
2.:
- comportamenti
ripetitivi (per es., lavarsi le mani, riordinare, controllare) o azioni
mentali (per es., pregare, contare, ripetere parole mentalmente) che la
persona si sente obbligata a mettere in atto in risposta ad un’ossessione
o secondo regole che devono essere applicate rigidamente
- i
comportamenti o le azioni mentali sono volti a prevenire o ridurre il
disagio o a prevenire alcuni eventi o situazioni temuti; comunque questi
comportamenti o azioni mentali non sono collegati in modo realistico con
ciò che sono designati a neutralizzare o a prevenire, oppure sono
chiaramente eccessivi.
- In
qualche momento nel corso del disturbo la persona ha riconosciuto che le
ossessioni o le compulsioni sono eccessive o irragionevoli.
Nota: Questo non si applica ai bambini. - Le
ossessioni o compulsioni causano disagio marcato, fanno consumare tempo
(più di 1 ora al giorno) o interferiscono significativamente con le
normali abitudini della persona, con il funzionamento lavorativo (o
scolastico) o con le attività o relazioni sociali usuali.
- Se
è presente un altro disturbo in Asse I, il contenuto delle ossessioni o
delle compulsioni non è limitato ad esso (per es., preoccupazione per il
cibo in presenza di un Disturbo dell’Alimentazione ; tirarsi i
capelli in presenza di Tricotillomania; preoccupazione per il proprio
aspetto nel Disturbo da Dismorfismo Corporeo ; preoccupazione
riguardante le sostanze nei Disturbi Correlati a Sostanze ;
preoccupazione di avere una grave malattia in presenza di Ipocondria;
preoccupazione riguardante desideri o fantasie sessuali in presenza di
una Parafilia; o ruminazioni di colpa in presenza di un Disturbo
Depressivo Maggiore, Episodio
Singolo o Ricorrente).
- Il
disturbo non è dovuto agli effetti fisiologici diretti di una sostanza
(per es., una droga di abuso, un farmaco) o di una condizione medica
generale.
Specificare se:
Con
Scarso Insight: se per la maggior parte del tempo, durante l’episodio
attuale, la persona non riconosce che le ossessioni e compulsioni sono
eccessive o irragionevoli.
Il DOC interessa circa il 3% della
popolazione. Può manifestarsi sia negli uomini che nelle donne. Può esordire
nell'infanzia, nell'adolescenza o nella prima età adulta, ma compare con maggiore
frequenza nei maschi tra i 6 e i 15 anni
e nelle donne tra i 20 e i 29 anni. I primi sintomi si manifestano nella
maggior parte dei casi prima dei 25 anni (il 15% ha esordio intorno ai 10 anni)
e in bassissima percentuale dopo i 40 anni. Almeno l'80% dei pazienti con
DOC ha sia ossessioni che compulsioni, meno del 20% ha solo ossessioni o solo
compulsioni.
Spesso il DOC viene diagnosticato e trattato in
ritardo poichè chi ne soffre ha la tendenza a tenere nascosto il problema a
causa del senso di vergogna che prova o per il timore di essere considerato
pazzo.
Il DOC si presenta sotto svariate forme e spesso
cambia volto nel corso degli anni. Ad es. una persona può avere per 4-5 anni il
timore di essere contaminato per poi passare a un'altra preoccupazione
altrettanto stressante, come il timore di far male a qualcuno a causa della
propria irresponsabilità.
Se il disturbo ossessivo compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.
Se il disturbo ossessivo compulsivo non viene curato, generalmente tende a cronicizzare e ad aggravarsi progressivamente.
Manifestazioni
e disturbi associati Frequentemente sono
presenti condotte di evitamento delle situazioni che riguardano il contenuto
delle ossessioni, come lo sporco e la contaminazione. Sono comuni
preoccupazioni ipocondriache, sensi di colpa, disturbi del sonno. Può esservi
abuso di alcool o di farmaci.
Tra i disturbi correlati al DOC troviamo il
disturbo del controllo degli impulsi (cleptomania, tricotillomania, piromania,
gioco d’azzardo patologico), i disturbi sessuali (parafilie: esibizionismo,
voyeurismo, feticismo), i disturbi dell’alimentazione (anoressia, bulimia), i
disturbi da tic, i disturbi dissociativi, disturbi d’ansia e dell’umore.
Dott.ssa Rita Manzo
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mercoledì 26 giugno 2013
DIFFERENZA TRA TIMIDEZZA E FOBIA SOCIALE
La
timidezza può essere definita come un tratto di personalità che può far
sperimentare un lieve o moderato imbarazzo nel momento in cui ci si espone, ma
che sostanzialmente non rappresenta un ostacolo nello svolgimento della vita della
persona.
La
fobia sociale, invece, è connotata da una forte e incontrollabile ansia, che
finisce col prendere il sopravvento, portando la persona a dover modificare la
propria vita, a rinunciare al piacere di relazionarsi all’altro.
Il fobico sociale è oppresso dall’ansia anticipatoria dell’evento temuto. Ciò provoca un intenso vissuto d’ansia ancora prima che l’individuo si ritrovi nella situazione temuta.
Il fobico sociale è oppresso dall’ansia anticipatoria dell’evento temuto. Ciò provoca un intenso vissuto d’ansia ancora prima che l’individuo si ritrovi nella situazione temuta.
Timidezza
e fobia sociale in un certo senso possono essere considerate come diverse
gradazioni della medesima condizione. Si differenziano, dunque, sul piano della
gravità delle manifestazioni cliniche e dell’interferenza sul funzionamento sociale. In
sostanza possiamo definire la fobia sociale come una timidezza esagerata che si
caratterizza per una paura ed ansietà persistenti nell’affrontare
determinate situazioni sociali, nell’interazione con gli altri, o
semplicemente nell’essere osservati in qualunque situazione.
La fobia
sociale è caratterizzata da un’estrema inibizione sociale e da un’esagerata
timidezza. Difatti, qualsiasi situazione includa la probabilità di essere
osservati o essere sottoposti al giudizio degli altri può essere molto temuta
dal soggetto socialmente fobico e l’esposizione a tali situazioni genera un
livello d’ansia che può assumere anche le caratteristiche di un attacco di
panico. I pensieri che accompagnano l'ansia riguardano in genere
il terrore di apparire ridicoli, inadeguati, incapaci, fragili, deboli,
infantili, insignificanti. Questo terrore non fa altro che esasperare l'ansia
al punto da manifestare effettivamente alcuni suoi segni, come la sudorazione,
il tremore o il rossore. Tutti questi segni "confermano" al fobico sociale l'idea di apparire ridicolo e incapace. Inoltre, lo
stato di enorme sofferenza provato in tali situazioni, può facilmente condurre
all’assunzione di condotte di evitamento. Quando queste situazioni non sono evitabili,
in genere emerge un intenso stato di ansia. L’evitamento non va affatto
sottovalutato dato che contribuisce a mantenere il problema, limitando a lungo
termine la qualità di vita della persona e, talvolta, anche il suo funzionamento
lavorativo.
Pertanto, se a
un primo impatto la timidezza e la fobia sociale possono presentare dimensioni
di funzionamento simili, in realtà una diversità esiste ed è rappresentata
dalla differenza nell’intensità e nella quantità dei disturbi esperiti, e nel
modo di rapportarsi ad essi. Nei confronti di certe situazioni sociali, quello
che nella timidezza può essere solo un’apprensione o un fastidio, nella fobia
sociale può diventare un vero senso di panico. E, mentre il soggetto fobico tenderà
a evitare tali situazioni, il timido, in genere, si dimostra capace di
affrontarle meglio, anche se in maniera insoddisfacente.
Dott.ssa Rita Manzo
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lunedì 10 giugno 2013
GIOCATORI D'AZZARDO SOCIALI E PATOLOGICI: LINEA DI CONFINE
Quando si parla di gioco
d’azzardo non bisogna necessariamente intendere il gioco patologico. Per
molte persone giocare d’azzardo è un piacevole passatempo occasionale. È
necessario, dunque, distinguere il gioco d’azzardo patologico dal gioco come
forma di attività sociale e ludica.
Il GIOCATORE SOCIALE,
utilizza il gioco per divertirsi e spesso lo fa in compagnia.
Pur sperando nella vincita, è motivato da un semplice desiderio di divertimento. Generalmente non spende più denaro di quanto non si possa permettere ed è in grado di smettere di giocare quando lo desidera, riconosce nel gioco una potenziale fonte di danno economico.
Pur sperando nella vincita, è motivato da un semplice desiderio di divertimento. Generalmente non spende più denaro di quanto non si possa permettere ed è in grado di smettere di giocare quando lo desidera, riconosce nel gioco una potenziale fonte di danno economico.
Il giocatore sociale intuisce e non oltrepassa il labile confine tra
innocua distensione e morboso accanimento.
Il processo che conduce il giocatore sociale a diventare giocatore
problematico e successivamente dipendente appare subdolo e lento.
Il gioco diventa compulsivo quando il giocatore non riesce a
controllare il desiderio di giocare, a prescindere dalle conseguenze di questo
comportamento.
Il GIOCATORE PATOLOGICO è
colui per il quale il gioco d’azzardo rappresenta una dipendenza. Il bisogno di
giocare è sempre più forte.
Solitamente il giocatore non riesce a separarsi dal gioco se non per brevi periodi di tempo. Prova irrequietezza e irritabilità quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo (astinenza). La frequenza di gioco è elevata anche per l’illusione che il giocatore nutre di rifarsi delle precedenti perdite (rincorsa alla perdita). L’elevato livello di eccitazione raggiunto lo spinge a trascorrere sempre più tempo al gioco, trascurando ciò che lo riguarda, lo circonda. Il giocatore patologico avverte il bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione ed euforia desiderato (fenomeno della tolleranza). Perde di conseguenza la reale percezione del valore del denaro. Il giocatore patologico stabilisce col gioco un rapporto esclusivo e altamente coinvolgente. Torna a giocare dopo aver perso nel tentativo di recuperare le perdite. Spesso gioca d’azzardo per alleviare sentimenti negativi come colpa, ansia, depressione. Mente ai membri della famiglia o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nell’azzardo. Spesso vi è una compromissione delle relazioni familiari ed amicali e talvolta la persona compie azioni illegali per recuperare denaro. In alcuni casi si toglie la vita.
Dott.ssa Rita Manzo
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Solitamente il giocatore non riesce a separarsi dal gioco se non per brevi periodi di tempo. Prova irrequietezza e irritabilità quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo (astinenza). La frequenza di gioco è elevata anche per l’illusione che il giocatore nutre di rifarsi delle precedenti perdite (rincorsa alla perdita). L’elevato livello di eccitazione raggiunto lo spinge a trascorrere sempre più tempo al gioco, trascurando ciò che lo riguarda, lo circonda. Il giocatore patologico avverte il bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione ed euforia desiderato (fenomeno della tolleranza). Perde di conseguenza la reale percezione del valore del denaro. Il giocatore patologico stabilisce col gioco un rapporto esclusivo e altamente coinvolgente. Torna a giocare dopo aver perso nel tentativo di recuperare le perdite. Spesso gioca d’azzardo per alleviare sentimenti negativi come colpa, ansia, depressione. Mente ai membri della famiglia o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nell’azzardo. Spesso vi è una compromissione delle relazioni familiari ed amicali e talvolta la persona compie azioni illegali per recuperare denaro. In alcuni casi si toglie la vita.
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sabato 8 giugno 2013
CHE COS'E' IL GIOCO D'AZZARDO?
Quando parliamo di gioco d'azzardo facciamo riferimento a tutti quei
giochi che rispettano le seguenti caratteristiche:
-si scommette del denaro o oggetti di valore;
-la scommessa, una volta giocata, è irreversibile e non può essere
ritirata;
-il risultato del gioco dipende dalla fortuna, ovvero dal caso, l’abilità
del giocatore conta poco o niente perché è impossibile controllare o prevedere
l’esito degli eventi.
Quindi giochi d’azzardo ogni volta che rischi soldi oppure oggetti di
valore in un gioco che ti da la possibilità di vincere più di quanto hai
scommesso, ma il cui esito è incerto.
-gratta e vinci
-biglietti delle lotterie
-slot machine
-tutti i giochi del casinò
-giochi di carte (poker, blackjack…)
-win for life
-bingo
-corse
-scommesse sportive e schedine
-lotto – superenalotto
-dadi
-giochi a soldi in internet
Sono molti i motivi che possono spingere le persone a giocare d’azzardo:
semplice divertimento, eccitazione del rischio, contrastare la depressione, evadere
dalla routine, vincere denaro e migliorare la propria situazione finanziaria,
cambiare vita, stare in compagnia, sognare una vita migliore...
Il gioco d’azzardo non sempre è pericoloso, molte persone giocano in
modo responsabile. Tuttavia diventa un problema quando da passatempo diventa
dipendenza. In questo caso il giocatore manifesta un persistente bisogno di giocare aumentando
in modo progressivo il tempo e il denaro impegnati nel gioco, fino a
condizionare in modo significativo gli altri ambiti della propria vita (la
famiglia, il lavoro, il tempo libero), a investire al di sopra delle proprie
possibilità economiche e a trascurare i quotidiani impegni della vita.
Dott.ssa Rita Manzo
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