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martedì 31 luglio 2012

ANORESSIA NERVOSA

L’anoressia è un disturbo del comportamento alimentare che consiste in una alterata percezione dell'immagine corporea. Chi soffre di anoressia ha un’immagine distorta del proprio corpo che percepisce costantemente in condizioni di sovrappeso, quasi come fosse un nemico da combattere e da tenere sempre sotto controllo, ed è dominato da un’intensa paura di ingrassare, anche in presenza di un evidente sottopeso.
CRITERI DIAGNOSTICI
Nel DSM-IV vengono descritti i criteri diagnostici clinici e psicopatologici che consentono di porre diagnosi di anoressia. Secondo il DSM-IV la diagnosi si effettua in presenza dei seguenti criteri:
-Rifiuto di mantenere il peso corporeo al di sopra o al peso minimo normale per l’età e la statura.
-Intensa paura di acquisire peso o diventare grassi, anche quando si è sottopeso.
-Alterazione del modo in cui il soggetto vive il peso o la forma del corpo, o eccessiva influenza del peso e della forma del corpo sui livelli di autostima, o rifiuto di ammettere la gravità dell’attuale condizione di sottopeso.
-Amenorrea, cioè assenza di almeno 3 cicli mestruali consecutivi.
Sebbene alcuni possano rendersi conto della propria magrezza, tipicamente i soggetti con questo disturbo negano le gravi conseguenze sul piano della salute del loro stato di emaciazione. Il soggetto giunge all'osservazione clinica, sotto pressione dei familiari, quando la perdita di peso si fa marcata.
SOTTOTIPI ANORESSIA
Il DSM-IV specifica due sottotipi di anoressia:
Con restrizioni: il soggetto si limita a ridurre l’assunzione di cibo senza adottare condotte espulsive come vomito, purganti, diuretici e senza abbuffate.
Con abbuffate/Condotte di eliminazione: quando oltre alla riduzione dell’assunzione di cibo sono presenti abbuffate e condotte di eliminazione come vomito, purganti, diuretici.
COME SI MANIFESTA LA PERDITA DI PESO?
Le persone affette da anoressia di norma perdono peso diminuendo la quantità di cibo consumata. In molti casi la nutrizione viene ridotta a meno di 1.000 calorie al giorno. La maggior parte evita di ingrassare o assumere cibi ipercalorici ed elimina in parte o del tutto il consumo di carne. La dieta degli anoressici si basa quasi completamente su vegetali a basso contenuto calorico come lattuga, carote, ma anche yogurt. 
Predominano condotte ossessive legate al cibo, ad esempio nascondimento, sminuzzamento, rifiutano di mangiare in presenza di altri, cucinano per gli altri complessi piatti che non mangiano. Vi è un eccessivo investimento sul cibo, il soggetto ne parla sempre. Il cibo ed il peso diventano un’ossessione, infatti le persone affette da questa patologia non fanno altro che pensare al loro prossimo pasto.
Si comincia spesso anche a praticare una serie di esercizi fisici nel tentativo di bruciare calorie ma è praticamente impossibile per l’anoressico trovare soddisfazione nel proprio aspetto fisico che nonostante tutti i sacrifici non raggiunge mai la forma desiderata. Un aspetto spesso presente nelle anoressiche è il lavarsi fino a scorticarsi e la fissazione di mandare via lo sporco.
Quando sono molto sottopeso, molti individui possono presentare sintomi depressivi, come umore depresso, ritiro sociale, irritabilità, insonnia e diminuito interesse sessuale. Possono soddisfare i criteri per un episodio depressivo maggiore. Molti sintomi depressivi possono essere secondari alle carenze alimentari e alla perdita di peso. L’eventuale presenza di un disturbo dell’umore associato deve quindi essere valutata dopo il parziale o totale recupero del peso corporeo.
Altre manifestazioni sono: disagio nel mangiare in pubblico, sentimenti di inadeguatezza, bisogno di tenere sotto controllo l’ambiente circostante, rigidità mentale, ridotta spontaneità nei rapporti interpersonali.
LE CAUSE DELL’ANORESSIA
Le cause di questa malattia possono essere molteplici. Nel tentativo di risalire alle origini dei disturbi dell’alimentazione sono state prese in considerazione la personalità, il bagaglio genetico, l’ambiente e le  caratteristiche biochimiche dei pazienti.
Dal punto di vista psicologico l’anoressia mentale può essere vista come una difesa nei confronti di un ambiente familiare iperprotettivo e soffocante. Spesso l’anoressica non riesce ad esprimere i suoi disaccordi all’interno del nucleo familiare, dove ogni iniziativa o cambiamento è vissuto come un tradimento, e utilizza il cibo come arma per poter rivendicare il suo “non detto”. Il cibo allora può trasformarsi nel rifiuto di crescere, nel rifiuto di essere donna, di assomigliare alla propria madre o alle proprie sorelle, nel rifiuto d’affetto. Si è notato inoltre che modificazioni degli equilibri familiari, come perdite affettive e separazioni, possono essere la causa scatenante di questa malattia. 
Altre cause che portano allo sviluppo di comportamenti anoressici possono essere la sensazione di non poter raggiungere i propri obiettivi per problemi di peso e apparenza, la sensazione di essere sottoposti a un eccesso di pressione e di aspettativa o di essere fortemente trascurati dai propri genitori, difficoltà ad essere accettati socialmente e nella propria famiglia, situazioni particolarmente traumatiche, come ad esempio violenze sessuali, drammi familiari, comportamenti abusivi da parte di familiari o persone esterne. 
INTERVENTO TERAPEUTICO
Negli anoressici il rapporto con la realtà è alterato per quanto riguarda la percezione dello schema corporeo, ma generalmente conservato per altri aspetti. Sarebbe perciò opportuna una terapia psicologica atta a supportare l’Io del soggetto per rafforzarlo, definirlo, strutturarlo maggiormente, migliorare la percezione e l’investimento nella realtà e favorire un processo di rielaborazione delle tematiche centrali del disagio. Se si considera che l’anoressica riduce ed esaurisce la sua esistenza intorno a due tematiche centrali concernenti il corpo e il cibo, appare evidente l’importanza di sviluppare altre forme di interesse e di investimento sul reale e promuovere un’apertura verso l’affettività. 
Un approccio terapeutico condiviso è quello sistemico familiare. L’obiettivo è quello di favorire lo svincolo e l’individuazione dei membri del sistema familiare invischiato, promuovere la circolarità di una comunicazione chiara, rafforzare la figura paterna se è periferica, sostituire le regole disfunzionali con quelle funzionali e gestire costruttivamente la crisi per affrontare un nuovo ciclo vitale. Un ostacolo al trattamento dell’anoressia consiste nel fatto che nella maggior parte dei casi il soggetto non riconosce il proprio disturbo e quindi è scarsamente motivato al lavoro terapeutico.  
                                                              Dott.ssa Rita Manzo

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lunedì 30 luglio 2012

LA NASCITA DEL PRIMO FIGLIO: EFFETTI POSITIVI E NEGATIVI SULLA COPPIA

In seguito alla nascita del primo figlio la coppia si trasforma diventa famiglia e acquisisce un nuovo legame, quello genitoriale, che durerà per sempre: si può smettere di essere coppia ma si sarà madre e padre del proprio bambino per sempre. E’ importante in questa fase della vita che i partners creino dei confini chiari tra quella che è la relazione di coppia e quella che sarà la relazione genitoriale, così che ciascun sottosistema emozionale abbia un suo spazio. 
L'arrivo di un bambino crea molto spesso scompiglio nella coppia, anche se è stato cercato e desiderato. Il bambino calamita le attenzioni e le energie di entrambi, nessuno è escluso. 
Gli effetti che la nascita di un figlio ha sulla coppia possono essere sia positivi che negativi. I neogenitori possono sentire accrescere il senso di competenza e di fiducia reciproca, e sentirsi uniti da un compito comune che aumenta la coesione familiare e la stima nel proprio ruolo. C’è da dire però che le ingenti cure che il bambino richiede, potrebbero aumentare le tensioni e i motivi di conflitto tra marito e moglie. 
Nelle primissime settimane dopo la nascita, la novità e la vicinanza di parenti e amici, rendono meno pesanti i compiti di cura e le responsabilità nei confronti del bambino. 
Dopo i primi 3 mesi, invece, diminuiscono la soddisfazione coniugale, il tempo che i due partner passano insieme in attività piacevoli, il sentimento di “amore”, cioè subiscono un declino gli aspetti “romantici” della relazione. Le donne, in particolare, manifestano maggiori livelli d’insoddisfazione e denunciano la difficoltà di trovare un po’ di tempo per sé, l’aumento di tensioni coniugali, la stanchezza. Per far fronte ai cambiamenti che comporta la nascita di un bambino, ciascuno dei due coniugi deve ridefinire i propri spazi e le proprie funzioni in modo da crearne altri per il neonato, deve ridimensionare la propria vita personale e sociale in funzione degli orari e delle esigenze del bambino, adattare a lui i propri ritmi di vita, organizzare una divisione del ménage domestico, organizzare il tempo libero e i rapporti sociali, e ridefinire l’impegno lavorativo. Tutto ciò ha esito positivo soltanto se ciascun membro della coppia ha stabilito con il partner una relazione fondata sull’intimità e sull’empatia ed ha raggiunto un buon grado di differenziazione e svincolo dalle proprie famiglie di origine. 
Una buona relazione tra i genitori è molto importante per l’educazione e la socializzazione dei figli e per il loro sviluppo emotivo. I genitori dovrebbero essere in grado di fornire al bambino fin dalla nascita, quell’affetto e quelle cure che lo renderanno sicuro nelle relazioni future e nell’esplorazione dell’ambiente e faciliteranno lo sviluppo di un’immagine di sé degna di amore e attenzione. I genitori devono imparare ad essere per il bambino una guida e allo stesso tempo una base sicura a cui ricorrere nei momenti di difficoltà. Nella costruzione della relazione genitoriale ciascuno dei due genitori si deve confrontare con la propria storia passata, con il suo essere stato figlio e con il tipo di attaccamento e relazione che ha stabilito a sua volta con i propri genitori. Un genitore che da bambino ha potuto contare su legami di attaccamento stabili e sicuri sarà in grado più facilmente di riportare queste stesse modalità relazionali con i figli, al contrario di quello che avendo vissuto relazioni evitanti sarà meno predisposto ad esprimere le proprie emozioni e a entrare in contatto con i bisogni affettivo-emotivi del figlio.

In seguito alla nascita del proprio figlio la coppia deve trovare nuovi modi di comunicare e gestire i conflitti, acquisire strumenti e risorse per un adeguato rapporto col partner: pazienza, ascolto, comprensione e comunicazione. Ciò non è semplice, e in questo non aiutano la stanchezza e la tensione. E’ bene però darsi del tempo, non pretendere da sè stessi e dal partner l'impossibile. 
Ci può essere la possibilità di stare nel cambiamento, di sbagliare, senza giudizi e recriminazioni. L'importante è discutere in modo costruttivo trovando così nuove opportunità di compromesso. Non recriminare ma chiedere. Non esigere ma domandare. Non pretendere ma comunicare. Pian piano troverete un nuovo equilibrio e riemergerete dal caos, più forti ed emotivamente arricchiti. In questo possono dare un valido aiuto i nonni. Il compito della generazione più anziana è quello di riconoscere e sostenere, anche se con le opportune distanze, i propri figli nel loro ruolo di genitori e partecipare alla vita dei nipoti assumendo la nuova identità di nonni, senza invadere il campo e sostituirsi ai neogenitori, diventando così una valida risorsa nel facilitare ai propri figli l’assunzione del ruolo genitoriale e nell’aiutarli a prendersi cura del nipote nei momenti di bisogno.
Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa, Psicoterapeuta
Calvi Risorta (CASERTA), Santa Maria Capua Vetere (CE), Napoli (NA)
Per info. e contatti: 3333072104

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mercoledì 18 luglio 2012

LUTTO FAMILIARE


La famiglia è il luogo naturale dove si elabora una perdita. Il verificarsi di un lutto può strutturare e rivoluzionare l’intero assetto familiare e le relazioni tra i suoi membri. Questo nuovo assetto può essere più o meno funzionale alla risoluzione del lutto e quando non lo è determina una serie di sofferenze psicologiche.
Nei casi di perdita prematura, improvvisa o inattesa il lutto è più difficile da elaborare perché il dolore legato alla perdita coglie i familiari di sorpresa, non ci si è potuti in qualche modo “preparare” alla morte del proprio caro, il legame si spezza in un attimo, senza preavviso, lasciando un vuoto incolmabile ed  eventuali questioni in sospeso.
A volte il dolore è così grande e ingestibile che sembra impossibile parlarne con gli altri membri della famiglia così, spesso, ogni familiare lo vive a modo suo in solitudine, e il processo di elaborazione diviene più difficoltoso perché non c’è possibilità di condividere e darsi sostegno reciproco. La famiglia vive così una fase di stallo e ognuno dei suoi membri si sente solo con la propria angoscia.
Risorsa fondamentale della famiglia è la capacità comunicativa rispetto alla profondità del dolore che da a tutti la possibilità di confrontarsi con il lutto degli altri membri. Il livello di coesione tra i membri è una delle principali variabili che orientano l’esito del processo di elaborazione del lutto, insieme alla qualità dell’organizzazione familiare, la sua flessibilità o rigidità.


L’autore sistemico Murray Bowen (1979) nelle ricerche sulla sua "Family Systems theory" include lo studio del comportamento della famiglia di fronte a un lutto e rimarca l'esistenza di un'onda di shock emozionale che si diffonde intergenerazionalmente occasionando disturbi psicopatologici nei suoi integranti, che spesso ne ignorano l’ eziologia.

Un altro autore sistemico é Norman Paul che ha molto insistito su come lutti irrisolti nel passato familiare possono avere un grande impatto nelle fasi transizionali del ciclo vitale, specialmente quando si devono affrontare cambiamenti e perdite.

Bowlby e West (1983) hanno identificato sei risposte disfunzionali che la famiglia può sviluppare nello sforzo di trovare un nuovo equilibrio in seguito al lutto: 
1)Adozione di un simile stile di affrontare la perdita, idealizzando la persona scomparsa o identificandosi con la stessa. Un membro dominante può condurre gli altri verso questo scopo.
2)Chiusura della frontiera familiare provocando invischiamento con iperprotettività che ostacola l’elaborazione  individuale del lutto.
3)Promozione del segreto familiare, proteggendo “l’onore familiare”.Frequente nei casi di suicidio.
4)Promuovere ruoli inadeguati,come la parentification di un bambino dopo la morte di un genitore.
5)Riattivazione transgenerazionale di lutti irrisolti,o incompleti di membri della famiglia di origine.
6)Dipendenza di rituali religiosi o tradizioni culturali in famiglie miste.

Raphael (1984), descrive sette risposte familiari basate su miti o tradizioni che influenzano il lutto:
1)Famiglie in cui la morte è tabù. Il silenzio è il modus operandi. Succede spesso in famiglie d’origine in cui ci sono lutti irrisolti.
2)Famiglie con abituali capri espiatori in cui si cerca sempre di colpevolizzare per mantenere un rigido controllo.
3)Famiglie in cui si evita l’intimità per paura di perdere il controllo emozionale.
4)Famiglie in cui tutto deve continuare come prima. C’è scarsa flessibilità dei ruoli e il posto vuoto deve essere riempito subito per non “indebolire” il sistema familiare.
5)Famiglie in cui la perdita può significare caos o rischio di disintegrazione.
6)Famiglie in cui tutto deve essere perfetto. Lottano contro i sentimenti primitivi e predomina la razionalizzazione.
7)Famiglie che funzionano con aperta e sincera condivisione di sentimenti. Tollerano sentimenti positivi e negativi, vivono l’intimità nelle relazioni interpersonali e condividono il distress. L’elaborazione del lutto procede bene attraverso l’attenzione e la consolazione reciproca.

R. Pereira (1999) descrive le tappe del lutto familiare e i compiti da svolgere:
1)    Accettazione della perdita, permettendo o favorendo l’espressione della tristezza in ogni membro della famiglia.
2)  Raggruppamento e chiusura della famiglia per permettere la sua riorganizzazione: ridistribuendo la comunicazione interna e i ruoli familiari.
3)         Riorganizzare la relazione col mondo esterno.
4)        Riaffermazione del sentimento di appartenenza al nuovo sistema familiare che emerge dal precedente e accettazione dell’ingresso in una nuova tappa del ciclo di vita familiare.
Affrontare un lutto è un’esperienza molto complessa ed importante per lo sviluppo individuale e familiare futuro. Avere difficoltà nel farlo è comprensibile e possibile ed in questi casi è di grande aiuto un sostegno psicologico.
L’obiettivo principale del lavoro terapeutico con il lutto è aiutare la famiglia a padroneggiare il proprio dolore, facendo sì che le persone si sentano abbastanza sicure da aprirsi, in modo che possano condividere i loro vissuti e darsi reciproco sostegno. Il terapeuta inoltre sostiene la famiglia nel difficile lavoro di accettare che il futuro che aveva immaginato deve essere riscritto alla luce del fatto che uno dei suoi protagonisti è venuto a mancare.
In altre parole il terapeuta crea una situazione che possa favorire l’emergere delle risorse della famiglia mettendola in grado di risolvere il dolore del lutto utilizzando i propri strumenti.
                                                                                         Dott.ssa Rita Manzo

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