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LA DOTT.SSA RITA MANZO E' PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA SISTEMICO-RELAZIONALE
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mercoledì 28 marzo 2012

IL LUTTO NELL’ADOLESCENZA



Il processo di elaborazione del lutto è sempre estremamente complesso, ma quando la morte di un genitore o di una persona cara avviene durante l’adolescenza tutto risulta ancora più complesso. Sappiamo che l’adolescenza, con i suoi grandi mutamenti fisici, biologici, ormonali, psicologici, comportamentali è la fase di transizione più critica della vita. In poco tempo il corpo cambia forma e abbandona i suoi tratti infantili. L’adolescente si trova a metà strada tra il mondo infantile e quello adulto, ma non può trovare nessun tipo di supporto né con il  primo, col quale non si identifica più, né con il secondo che appare ancora legato a una sorta di potere e autorità. In genere l’adolescente in questa fase presenta comportamenti oscillanti tra dipendenza-attaccamento e aggressività-insofferenza nei confronti delle regole familiari. Comincia ad affermare la sua identità, ma per fare ciò abbandona le sicurezze e il senso di protezione dell’infanzia e comincia un processo di distanziamento dai genitori, necessario per la sua differenziazione.
La morte di un genitore costituisce un fattore di rischio ed una interferenza di sviluppo in quanto può provocare delle deviazioni nel processo di crescita. Durante l’adolescenza la morte di un genitore, di un altro membro della famiglia, o di un caro amico, risulta un’esperienza particolarmente dura da affrontare. Gli adolescenti si sentono onnipotenti e reputano loro stessi e chi è intorno a loro invincibili e immortali; nel loro immaginario solo le persone anziane muoiono, pertanto la morte di una persona cara diventa difficile da elaborare, soprattutto se tale perdita avviene in maniera improvvisa ( un infarto, un incidente d’auto, un suicidio); in questo caso possono manifestare un prolungato senso di irrealtà, una reazione prolungata di shock e incredulità. Lo studio degli effetti della morte di un genitore sull’equilibrio psicoaffettivo del figlio deve tener conto della sua età, delle modificazioni avvenute in seguito (rilevanza della depressione, capacità dell’altro genitore di superarla, il modo in cui il genitore vivo comunica col figlio, ruolo svolto dai parenti e dai sostituti dei genitori, eventuale nuovo matrimonio del genitore vedovo, ecc.), ed infine delle circostanze della morte (ad es. improvvisa, come nel caso di un incidente, oppure dopo una lunga malattia, o per suicidio, o per morte naturale, presenza o meno del ragazzo al momento della morte del genitore). Esistono naturalmente delle differenze se il lutto insorge nella prima adolescenza, dai 12 ai 14 anni, quando i ragazzi dipendono ancora largamente dalle figure genitoriali e adulte, o invece nella seconda adolescenza tra i 14-18 anni, quando il mondo esterno, in particolare il gruppo dei pari, diventa molto significativo e punto di riferimento. Più la morte è vicina al periodo dell’adolescenza, più costituisce un trauma che interferisce con il normale lavoro psichico. In questo caso sono spesso in primo piano la depressione e i sintomi ad essa correlati (disinteresse, isolamento sociale, disinvestimento scolastico, disturbi somatici vari, ecc.). La comprensione psicopatologica di questo episodio depressivo rimanda ai sentimenti di colpa nei riguardi del genitore scomparso; l’adolescente ha spesso dei rimorsi di non essere stato abbastanza ubbidiente, di non aver mostrato il suo amore, ascoltato i consigli e le raccomandazioni. 
E’ probabile, che gli adolescenti si esprimano più attraverso manifestazioni di rabbia che di tristezza, non solo perchè la rabbia tiene a bada e nasconde il dolore, ma anche perchè è un’emozione con la quale hanno più familiarità. Quando uno dei genitori muore in primo luogo sembrano prevalere i processi difensivi e la negazione del dolore, per poter andare avanti continuando a sentirsi vivi e per proteggersi da vissuti angosciosi e intollerabili. Spesso il diniego difensivo cede e allora possono esplicitarsi sintomi depressivi eclatanti, che spesso si esprimono nell’isolamento, nella chiusura, nella passività e, talvolta, anche in dinamiche suicidali. E’ possibile aiutare gli adolescenti nel processo di elaborazione del lutto incoraggiandoli ad esprimere le proprie emozioni, le proprie sensazioni, ad esternare il proprio stato d’animo anche chiedendo apertamente come si sentono, e rassicurarli sul fatto che il pianto, la rabbia, il senso di colpa, la tristezza, l'apatia, il senso di inutilità, la nostalgia, la paura, la disperazione che provano sono normali. E' importante ascoltare quello che i ragazzi si sentono di dire, senza pensare di dover necessariamente fornire risposte o soluzioni. Evitare di parlare della morte e delle emozioni legate al lutto non cancella il dolore, bensì lo inasprisce. E’ importante per gli adolescenti, inoltre, poter riprendere al più presto la loro abituale routine, anche se è possibile che ci siano interruzioni dovute a momenti di sofferenza particolarmente forte causati da sensi di colpa dovuti sia al riprendere la propria routine come se nulla fosse accaduto, sia al non essere stati capaci di evitare la morte della persona, di non averla potuta “salvare”. Spesso, anzi, questo senso di colpa del tutto ingiustificato è molto opprimente ed angosciante, proprio perché inespresso. Una presenza solida, costante e affettiva dell’adulto (genitori, parenti, amici, insegnanti) è cruciale nella fase del lutto, anche perché i coetanei, tendono o per imbarazzo, o per timidezza, o per leggerezza, a fare finta di niente infondendo così nell’adolescente che ha subito la perdita un senso di solitudine.
Gli adolescenti che hanno subito un lutto possono manifestare molti segnali di disagio come ad es. basso rendimento scolastico, comportamenti a rischio (es. abuso di droghe o sostanze alcoliche), depressione, irrequietezza, ansia, difficoltà del sonno, marcata assenza di autostima, disturbi del comportamento alimentare, deterioramento dei rapporti con la famiglia o con gli amici, atteggiamenti insolitamente protettivi e adulti nei confronti degli altri familiari o, viceversa, insolitamente aggressivi e violenti. Questi comportamenti sono indicazioni chiare che l'adolescente sta incontrando difficoltà ad affrontare da solo la perdita ed è pertanto importante non trascurarli in una fase cosi’ delicata di transizione e di formazione di un “io” adulto, richiedendo la consulenza di uno psicologo qualora si protraessero a lungo o non subissero alcuna variazione.
                                                                                                      
      Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa-Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Calvi Risorta (CE), Santa Maria Capua Vetere (CE), Napoli (NA)
Cell. 3333072104

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lunedì 26 marzo 2012

LA SCELTA DEL PARTNER E LA FORMAZIONE DELLA COPPIA



Il processo di formazione della coppia inizia nel momento in cui due persone si scelgono, si innamorano e danno vita ai rituali tipici del corteggiamento, e si concretizza con la costituzione di una specifica identità. La scelta del partner è un processo strettamente interconnesso con la storia individuale e familiare di ciascun individuo, in quanto il nuovo partner di solito viene scelto per somiglianza o differenza con il genitore di sesso opposto. L’innamoramento è il processo che consente la formazione della coppia ed è caratterizzato prevalentemente da meccanismi di idealizzazione totale di sé e dell’altro. Ciascun partner propone inconsapevolmente all’altro, ma anche a se stesso, un’immagine ideale di sé; il partner sarà più o meno attratto da questa immagine, nella misura in cui questa corrisponde alla soluzione di antichi bisogni profondi. I partner in questa fase sottoscrivono un “primo contratto” la cui caratteristica principale è quella di somigliare ad un iceberg: la parte emersa, che ha la funzione di contenimento e forza unificante, è costituita da norme esplicite e accordi consapevoli, come l'impulso biologico (es. sessualità e generatività)e norme sociali; la parte sommersa è quella costituita da vincoli non consapevoli di natura affettivo-emotiva, relativi all’attesa di ognuno dei partner che l’altro corrisponda a un partner ideale in grado di appagare tutte le aspettative relative al proprio sentimento di intimità e coesione e si relazioni a lui sia  per convalidare una specifica immagine di sé, che per realizzare una condizione di intersoggettività nuova in grado di appagare bisogni primari insoddisfatti. Questo è considerato da Bowen (1978) come un “contratto fraudolento”, in cui ognuno dei contraenti coglie l’immagine dei bisogni profondi dell’altro e agisce come se proprio lui dovesse essere quello che li soddisferà, pur essendo realisticamente impossibile sia per l’uno che per l’altro vivere tenendo fede a questo accordo. La parte sommersa del primo contratto, strutturata su una forte idealizzazione di se stessi, dell’altro e del rapporto è caratterizzata dall’illusione, ciascun partner vede nell’altro la realizzazione di tutti i propri bisogni e desideri consci e soprattutto inconsci. Ognuno, all’interno di una relazione strettamente coinvolgente, assicura all’altro che grazie a lui potrà sentirsi al centro del mondo e riempire un vuoto incolmabile. Perché il rapporto di coppia evolva e si consolidi nel tempo è necessario arrivare ad accettare l’altro nella sua realtà, ovvero il partner non può essere visto esclusivamente come “il salvatore”, ma come un individuo con delle caratteristiche e delle esigenze proprie (secondo contratto funzionale). 

Dunque per la coppia “sana” sarà possibile un processo di rinegoziazione dell’accordo iniziale. 
Per le coppie che non riescono o non possono affrontare la crisi tutto sembra cristallizzarsi e irrigidirsi attorno alle premesse; queste coppie tenteranno di modificare non le premesse del primo contratto, ma il partner stesso attraverso una serie di rivendicazioni rispetto ai patti non mantenuti in quanto non sembra essere stata raggiunta nessuna consapevolezza rispetto alla parte sommersa del primo contratto. 
Se il contratto potrà essere modificato, allora si realizzerà il passaggio dall’illusione alla disillusione, ovvero il passaggio da una situazione in cui l’altro è percepito come proiezione dei propri bisogni alla situazione in cui l’altro è percepito come  persona autonoma, quindi da conoscere. 
La possibilità per una coppia di raggiungere la fase della disillusione si basa sulla qualità dei vissuti infantili di ciascun partner e sulle modalità con cui è avvenuto lo svincolo rispetto alle famiglie di origine. 
Se i partner hanno avuto una “base sicura”, che ha consentito loro di accedere a tutte le tappe dello sviluppo emotivo e affettivo, saranno poi in grado di elaborare nella relazione coniugale un contratto flessibile rispetto alle regole e ai bisogni.

Le modalità di corteggiamento e di selezione del partner sono influenzate dalla storia familiare e relazionale dell’individuo fino a quel momento. Allo stesso tempo, il processo di formazione dell’identità di coppia è strettamente legato a quello individuale di costruzione di una propria identità e di svincolo dalla famiglia di origine. Soltanto se sono stati compiuti questi movimenti di uscita e differenziazione del giovane adulto dalla famiglia di origine, il legame che unisce la coppia può evolvere e dall’innamoramento (tu sei perfetto per me, sei tutto ciò che ho potuto desiderare, realizzerai tutti i miei desideri) passare all’amore (ti accetto per quello che sei, non per come ti vorrei) e a un rapporto fondato sulla condivisione e l’empatia e che, allo stesso tempo, consenta l’espressione della propria individualità. Se i partner hanno assolto con successo ai compiti connessi al proprio sviluppo individuale, nell’incontro con l’altro, a partire da una relazione basata sulla soddisfazione dei propri bisogni narcisistici, sono in grado di passare a una relazione caratterizzata dalla comprensione, dalla cooperazione e dalla reciprocità dell’impegno comune. Queste coppie riescono così attraverso continui movimenti di assimilazione e accomodamento, a costruire un’identità comune stabile nel tempo.
                                                                 Dott.ssa Rita Manzo

Tratto da: "Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia" di Marisa Malagoli Togliatti e Anna Lubrano Lavadera

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giovedì 22 marzo 2012

I DISTURBI DELL'ADATTAMENTO



I disturbi dell'adattamento compaiono in seguito a uno o più eventi stressanti in grado di influenzare la sfera psichica e quella sociale . I sintomi si sviluppano entro tre mesi dall’esordio del fattore o dei fattori stressanti e solitamente sono transitori avendo una durata non superiore ai sei mesi. Se i sintomi perdurano per più di sei mesi si parla di disturbo dell'adattamento cronico.
Il fattore stressante può essere costituito da un singolo evento (ad es. la fine di una relazione sentimentale), o possono esservi fattori stressanti multipli (ad es. notevoli difficoltà negli affari e problemi coniugali) e può interessare un singolo individuo, un’intera famiglia, oppure un gruppo più ampio o la comunità (per es. in un disastro naturale). Alcuni fattori stressanti possono essere associati ad eventi specifici dello sviluppo (per es. andare a scuola, lasciare la casa dei genitori, sposarsi, diventare genitore, mancare obiettivi professionali, andare in pensione). Ogni evento ha una certa potenzialità di indurre una condizione di stress, e nella civiltà occidentale ciò avviene più frequentemente nei casi di: separazioni affettive e divorzi, morte di una persona cara, problemi di origine lavorativa e malattie. Quando il problema insorge in seguito ad una malattia o al relativo trattamento (che può essere lungo, stressante e invalidante) della stessa, la persona malata mostra segni di disadattamento nei confronti della patologia e il suo funzionamento psicofisico risulta alterato. L'evento o gli eventi traumatici devono essere chiaramente identificabili. A volte accade che situazioni oggettivamente traumatiche non producano segni di sofferenza nelle persone, mentre altre apparentemente modeste sì; l'interazione persona-evento è strettamente soggettiva. L'intensa sofferenza provocata dal disturbo causa una compromissione delle funzionalità della persona a livello relazionale, lavorativo e sociale.
Può manifestarsi a qualsiasi età e i suoi sintomi variano considerevolmente; negli adulti sono più comuni gli aspetti depressivi, ansiosi o misti.
Il quadro clinico del disturbo dell’adattamento può variare notevolmente. Il DSM-IV elenca diversi tipi di disturbo dell’adattamento:
Il disturbo dell’adattamento con umore depresso si verifica nel caso in cui la persona manifesti umore depresso, facilità al pianto e sentimenti di perdita della speranza. Quello con ansia è caratterizzato da manifestazioni di irritabilità, preoccupazione, irrequietezza e, nei bambini, dalla paura di essere separati dalle figure alle quali sono attaccati (ansia da separazione). Possono tuttavia manifestarsi sintomi sia depressivi che di ansia; in questo caso si parla di disturbo dell’adattamento misto. Il disturbo di adattamento può anche essere accompagnato da un’alterazione della condotta (disturbo della condotta): in questo caso la persona manifesta violazioni dei diritti degli altri, delle norme e delle leggi della società, inadempienza verso le responsabilità.

E’ importante, quando possibile, intervenire per cambiare quelle condizioni esterne che possono essere modificate perché non generino più intenso disagio nel soggetto. Dal momento che non tutte le cause sono rimuovibili, e che molti cambiamenti sono definitivi, è opportuno che chi reagisce ad uno o più eventi di vita sviluppando un Disturbo dell’Adattamento si avvalga di un sostegno psicologico con l’obiettivo di ripristinare le condizioni di tranquillità ed equilibrio preesistenti rispetto all’evento pur in presenza del cambiamento e dei suoi effetti concreti.
Quando i Disturbi dell’Adattamento superano la durata di 6 mesi e sono quindi considerati cronici, infatti, aumenta il rischio di sviluppare anche un Disturbo dell’Umore, un Disturbo d’Ansia o un Disturbo da Uso di Sostanze che possono essere prevenuti se la persona trova l’aiuto che le serve per adattarsi serenamente alla nuova situazione.
                                                                    Dott.ssa Rita Manzo


mercoledì 21 marzo 2012

MAL DI PRIMAVERA: COME SOPRAVVIVERE ALLA «SINDROME DEL LETARGO»


Finalmente la primavera è arrivata e siamo pronti a dare un taglio al grigiore invernale, la natura si risveglia e rifiorisce con i suoi mille colori e suoni, le giornate si allungano, il clima ci invita a dare nuovo sprint all’organismo. Tutto ci farebbe pensare a questo come il periodo più bello dell’anno! Eppure ogni anno, alla fine dell’inverno, può capitare di sentirsi giù di tono e accusare fastidiosi malesseri come sonnolenza, perdita dell’appetito, stanchezza, irritabilità, debolezza e talvolta una leggera depressione. E’ la cosiddetta ‘sindrome del letargo’, che si verifica quando l’organismo fatica ad adattarsi ai nuovi ritmi stagionali. Ecco allora che proprio in questo periodo bisogna fare attenzione al proprio fisico, ma anche alla propria psiche. 
La primavera, infatti, non porta solo allergie, ma anche una deciso abbattimento psico-fisico. Stiamo parlando di astenia (dal greco “a-stenos” cioè mancanza di forze)  che colpisce in media due persone su dieci. 

Il periodo più a rischio di questo stato di affaticamento generalizzato è proprio l’inizio della primavera.  I sintomi dell’astenia sono: sonnolenza diurna, sensazione di affaticamento continuo, mancanza di energia, svogliatezza, difficoltà di concentrazione, difficoltà a comunicare concetti complessi, facilità a dimenticarsi nomi, luoghi, impegni, predisposizione a piccoli incidenti, perdita di appetito, perdita generale degli interessi, inclinazione all’isolamento, problemi di deambulazione e coordinamento. Ma perché capita proprio in questo periodo? La primavera  è la stagione dei risvegli, della rinascita. Con l’arrivo della bella stagione si verifica un aumento dell’attività funzionale di tutto l’organismo, il nostro metabolismo accelera e gli ormoni vanno in subbuglio. Questo stanca il fisico che precedentemente era in letargo. Inoltre le giornate più lunghe ci spingono ad essere più attivi e il nostro organismo, che non è abituato a questo superlavoro improvviso, ne risente. Non solo! Inizia a fare caldo e tutte le attività e gli stimoli quotidiani in più disturbano il sonno che, non essendo profondo, è meno ristoratore. Aggiungiamo la stanchezza accumulata nell’inverno, la cattiva alimentazione, ma anche i cambi continui di temperatura che contribuiscono a debilitare il fisico e le difese immunitarie. 
Per potersi adeguare ai nuovi ritmi, è normale quindi passare per una fase più o meno lunga di adattamento durante la quale diventa necessario assumere uno stile di vita sano. In genere la stanchezza passa in pochi giorni o al massimo in un paio di settimane.

Ecco alcune regole per superare indenni la "sindrome del letargo":

1.Dedicare più tempo e attenzioni a sé stessi. 
fondamentale per il benessere psicofisico. Secondo gli esperti serve una particolare cura nell’autogratificazione. Bisogna scegliere un momento della giornata tutto per sé, da dedicare alla propria cura o ad una propria passione per combattere stress e irritabilità. 

2.Fare almeno 30 minuti di leggera attività fisica al giorno. 
Non avere fretta di tornare in forma per l’estate. Esagerare con l’attività è altrettanto negativo che non fare nulla. Basta anche una semplice passeggiata o un po’ di stretching. 

3.Attenzione ai segnali che arrivano dal proprio corpo.
Più che in altri periodi dell’anno è importantissimo ascoltare e seguire le esigenze segnalate dal proprio corpo. Malesseri che si ripresentano, continuo cattivo umore, disturbi alimentari potrebbero essere il segnale dell’arrivo di una depressione che ci si trascinerebbe poi per mesi e mesi. 

4.Attenzione a non sottovalutare l’esigenza di sonno e riposo dell’organismo. 
L’aumento delle ore di luce e l’arrivo della bella stagione non significa che la giornata «attiva» debba durare 20 ore al giorno. Dopo un inverno che ha debilitato l’organismo è fondamentale dedicare il giusto spazio alle ore di sonno.

5.Utili gli integratori alimentari. 
Per integrare eventuali carenze dovute ad un’alimentazione poco ricca o squilibrata. Indicati vitamine e sali minerali, anche per reidratare in caso di sbalzi di temperatura. 

6.Alternare il lavoro o lo studio a momenti di pausa e relax.
L’organizzazione della giornata deve includere i pasti principali e il riposo. Prediligere la mattina per le attività che richiedono maggiore concentrazione, perchè si è più ricettivi.

7.No a follie alimentari.
Guai a saltare i pasti: indebolisce e rallenta la concentrazione. Allo stesso tempo no a grandi pranzi, non farebbero che aumentare la sensazione di spossatezza. Meglio alternare pasti leggeri ma frequenti, ricchi di proteine e vitamine. 

8.Attenzione agli sbalzi di temperatura e alla scelta dei vestiti.
L’arrivo della bella stagione non deve ingannare! colpi di freddo, influenze e malesseri invernali sono ancora in agguato e trovano terreno fertile negli organismi debilitati.

9.Ricordarsi sempre dell’importanza di integrare i liquidi.
Le buone abitudini di bere spesso valgono anche per la primavera. Importante una continua idratazione per aiutare l’organismo ad eliminare le tossine accumulate durante l’inverno e per far fronte alla sudorazione dovuta agli sbalzi di temperatura. 

10.Iniziare a rimettersi in forma gradualmente, per evitare di ricorrere a diete sprint o super attività in vista dell’estate. 
Fondamentale pianificare il rimettersi in forma dopo l’inverno. Iniziare adesso a controllare l’alimentazione, a ridurre grassi e carboidrati consente di evitare, dieci giorni prima di andare in spiaggia, di lanciarsi in diete radicali, pericolose per salute e benessere.

Se invece la vostra astenia non è stagionale e non passa in poco tempo va affrontata diversamente. La stanchezza, nella maggior parte dei casi, è un campanello d’allarme che non va ignorato: ci avvisa che è in atto uno stress fisico, psicologico o emotivo. Occorre in questo caso fermarsi un attimo ed analizzare il ritmo o le abitudini della nostra vita, rimediando e compensando laddove vi sia necessità di un cambiamento. Spesso, correggendo il tiro, la stanchezza se ne va e tutto ritorna come prima. Solo in pochi casi infatti la stanchezza è legata ad una malattia organica (come l’anemia o l’ipertiroidismo) o costituisce una vera e propria sindrome: quella da affaticamento cronico. In questi casi è consigliabile consultare uno specialista.



                                  Antonio Vivaldi - La Primavera

giovedì 1 marzo 2012

LA GESTIONE DELLE EMOZIONI

Quante volte vi sarà capitato di arrabbiarvi con qualcuno in maniera spropositata o di riversare su chi non c’entrava niente la vostra aggressività, o magari di avere una paura esagerata di una situazione oppure bere più del dovuto per dimenticare una vissuto troppo doloroso o fumarsi una sigaretta dopo l’altra per smaltire lo stress! Questi sono tutti esempi di una cattiva gestione delle emozioni. Sappiate però che alla base del benessere psicofisico c’è un equilibrio emozionale. Riuscire a riconoscere le emozioni e imparare a gestirle fa la differenza tra una vita piena di tensioni e una ricca, degna di essere vissutaLe emozioni non sono volontarie e di conseguenza non possiamo ne crearle ne eliminarle, ma possiamo gestirle attraverso il nostro comportamento che, a differenza delle emozioni, può essere controllato. Quando le gestiamo in maniera equilibrata sono fonte di salute e vita, quando invece vengono a lungo bloccate o espresse in maniera spropositata possono essere distruttive.
Dobbiamo sviluppare la nostra INTELLIGENZA EMOTIVA ovvero l’abilità di essere consapevoli dei propri sentimenti e di saperli esprimere senza farsi prendere la mano e che ci consente di comprendere i nostri bisogni profondi e di soddisfarli.
L’intelligenza emotiva comprende tre abilità:
1) CONSAPEVOLEZZA EMOTIVA

La prima abilità dell’intelligenza emotiva è la consapevolezza emotiva che implica la capacità di riconoscere come ci sentiamo, di dare il giusto nome alle emozioni. A volte usiamo termini che non sempre sono appropriati per definire le nostre emozioni. Questo è significativo innanzitutto di quanto la persona non si sia occupata per lungo tempo della propria vita emotiva, e poi di quanto sia difficile spiegare esaustivamente con termini corretti quello che si prova. Senza la capacità di riconoscere come ci sentiamo, di accettare quello che proviamo, e di comprendere i motivi per cui proviamo certe emozioni, non possiamo gestire le nostre emozioni. La consapevolezza emotiva richiede la capacità di accettare ciò che proviamo. L’accettazione è, appunto, la capacità di accettare che a volte fanno parte di noi emozioni che non ci piace riconoscere come appartenenti alla nostra persona. Pensiamo all’invidia: Chi di voi ammetterebbe di aver provato l’invidia?  Non è possibile non provare emozioni e non è neanche utile scacciarne alcune dalla nostra vita cosciente perché non solo proviamo sia emozioni positive che negative, ma tutte queste emozioni, comprese quelle di natura sgradevole, sono utili e servono all’uomo. Pensiamo all’invidia: a cosa serve? Nelle sue modalità più genuine, quando non invade eccessivamente la nostra vita, l’invidia serve all’uomo perché attraverso tale emozione cerchiamo di assomigliare a quella persona che ha raggiunto degli obiettivi che giudichiamo come desiderabili per noi. Dunque l’invidia spinge al miglioramento. E la rabbia a cosa serve? Ci permette di manifestare i nostri diritti, di farci rispettare, di difenderci dalle offese che riceviamo.  Anche la paura è importantissima perchè ci preserva dai pericoli.
Talvolta, però, le persone preferiscono credere di avere un disturbo fisico (mal di testa, gastrite) piuttosto che ammettere che c’è qualcosa che non va nella loro vita poiché ammettere che c’è qualcosa che non va nella loro vita significa cominciare a doversene fare carico. Da qui anche la grande difficoltà di accettazione.
Dopo l’accettazione c’è la comprensione: c’è una certa difficoltà a comprendere i fattori che si legano a un disagio. Come vi accorgete che qualcosa si sta muovendo in voi? Quando proviamo un’emozione il nostro corpo si attiva, si accende. L’emozione è un’esperienza complessa fatta di tantissime componenti: la prima è quella psicofisiologica. In ogni tipo di emozione c’è una partecipazione del  corpo attraverso il sistema nervoso centrale, quello periferico e infine il sistema endocrino. Mente e corpo sono reciprocamente intrecciati, per questo il benessere mentale è fondamentale per quello corporeo. Ad un pensiero positivo corrisponde un’emozione dello stesso tipo che a sua volta provoca uno stato d’animo positivo e di conseguenza le cellule, gli organi e il sistema di difesa corporea ne sono influenzati. Lo stesso meccanismo avviene quando i pensieri e le emozioni sono negative: stress, tensioni, malessere psicologico provocano un indebolimento progressivo del sistema di difesa, esponendo l’organismo a malattie.
In generale ci sono alcuni indici corporei che si attivano: la frequenza cardiaca, la respirazione, la temperatura periferica, la motilità gastro-intestinale, che può rallentare o addirittura diventare più veloce.
Ognuno di noi ha una zona più vulnerabile del corpo con la quale esprime maggiormente le emozioni, qualcuno attraverso la temperatura, altri attraverso la muscolatura, oppure attraverso sindromi dolorose come la cefalea o alcuni disturbi gastrointestinali tra i quali colite e gastrite che hanno una componente psicologica elevatissima.
Se non diamo la possibilità alle nostre emozioni di accedere alla nostra coscienza consapevolmente, in qualche modo esse trovano una via di scarico secondaria e molte volte la trovano nel corpo.
Quando il corpo ci manda dei segnali non sono mai erronei, è una macchina talmente perfetta che i segnali che ci invia devono essere presi in considerazione perché hanno sempre un significato preciso.
Le modificazioni fisiologiche hanno un senso e un’importanza fondamentale ma, quand’è che non servono più all’uomo? Quando sono esagerate, in tal caso diventano disfunzionali.
Oltre alla componente psicofisiologica c’è anche quella cognitiva. Quando proviamo un’emozione non solo il nostro corpo si accende, ma produciamo anche pensieri che in alcuni casi hanno l’effetto di influenzare positivamente o molto negativamente ciò che stiamo provando.
Ci sono alcune teorie che danno un primato assoluto al ruolo giocato dai pensieri nelle emozioni. Il tipo di emozione provata non dipende dall’evento vissuto ma dalla rappresentazione interna che ciascuno di noi crea nella propria mente di quell’evento, ecco perché la reazione all’evento è soggettiva.
Se il corpo non inganna mai, la mente si. Le spiegazioni che ci diamo di ciò che ci accade non è mai una reale, ma è piuttosto la nostra spiegazione dell’esperienza, soggettiva ed arbitraria. Il nostro modo di pensare è appreso nel corso della vita, della nostra storia personale. Ognuno di noi porta dentro di se un insieme di schemi cognitivi, di idee, di convinzioni che ha costruito, radicato e consolidato nel corso del tempo e molti di questi schemi cognitivi influiscono tantissimo sul tipo di emozioni che proviamo.
2) CONTROLLO DELLE EMOZIONI

Dopo aver imparato a riconoscere le nostre emozioni possiamo cercare di controllarle. Quando un’emozione ci assale prima o poi bisognerà farci i conti, non possiamo far finta di niente. Quando l’emozione è piacevole non ci facciamo molti problemi a lasciarsi trasportare anche se durerà poco, perché le emozioni sono intense ma, se vissute, si dissolvono rapidamente. Ci sono invece emozioni che se ignorate e represse o, al contrario, espresse senza freno, possono fare male, a se stessi e agli altri. L’emozione che in genere è più difficile controllare è sicuramente la rabbia. La rabbia, la paura, l'ansia richiedono un metodo che permetta di far fronte al loro insorgere. Il metodo parte dal presupposto che un'emozione va scaricata, sempre e comunque, ma i modi di scaricarla sono tre: diretto, indiretto e sublimato
L’irritazione scaricata direttamente si traduce in un attacco, fisico o verbale, nei confronti di chi ha causato l'irritazione; se, invece, la scarica è indiretta, l'aggressione sarà rivolta verso terzi, come quando un lavoratore frustrato urla a casa con i figli. La sublimazione è la trasformazione dell'emozione in "forza lavoro" che può essere scaricata in tantissimi modi diversi: correndo, urlando, prendendo a pugni un cuscino, camminando all'aria aperta, parlando con un amico, ballando e così via.
Imparare a costruire un buon rapporto con le proprie emozioni, cioè dare loro dignità di esistenza e modalità di espressione, ci eviterà i danni dei due possibili estremi, da una parte la repressione, e dall'altra l'espressione incontrollata!
Possiamo trasformare emozioni spiacevoli in emozioni piacevoli dopo averle riconosciute. E’ fondamentale scegliere il momento giusto, mai quando l'emozione è forte. Dobbiamo innanzitutto riconoscere che la sensazione che stiamo provando è un'emozione e non altro, ad es. stanchezza, poi dargli un nome, ad es. "rabbia". Cerchiamo di capire in quale parte del corpo la sentiamo. Facciamo diminuire l'intensità dell'emozione facendo passare del tempo: raccontando a qualcuno come stiamo, cantando, scrivendo, disegnando, facendo una corsa… Solo quando l'emozione che proviamo è meno intensa e si avvicina alla tranquillità, possiamo farla diventare piacevole.
3)EMPATIA

L’empatia è la terza abilità importantissima a livello interpersonale dell’intelligenza emotiva. Per poter educare alle emozioni non possiamo essere privi di empatia, cioè privi della capacità di riconoscere come l’altro si sente. Ma per poter essere empatici dobbiamo prima essere consapevoli della nostra vita emotiva. Come faccio ad entrare in sintonia con il mondo emotivo di una persona se non so fare questa cosa con le mie emozioni? Così come per consapevolezza emotiva intendiamo la capacità di dare il giusto nome alle nostre emozioni, l’empatia è la capacità di dare il giusto nome alle emozioni dell’altro.
Il rapporto di ognuno di noi con le sue emozioni finisce con lo svilupparsi casualmente, prendendo esempio dalle persone più vicine, o da risposte automatiche agli eventi. L’intelligenza emotiva è appresa e come tale può essere educata, migliorata in qualsiasi momento della nostra vita, a qualsiasi età e soprattutto  va insegnata! E’ ovvio che se non possiamo farlo con la nostra vita emotiva, non possiamo pensare di educare dal punto di vista emotivo un’altra persona.  
                                     Dott.ssa Rita Manzo
                                                    
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