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mercoledì 30 maggio 2012

PAURA DI MORIRE

  


La paura è una delle emozioni fondamentali, è utile e serve all’uomo per la sua sopravvivenza perché permette di individuare le situazioni di pericolo. A volte però quest’emozione può essere così intensa da diventare invasiva e paralizzante, impedendo a chi la vive di agire, di scegliere, di cambiare, di vivere. Solitamente la paura diminuisce quando sappiamo di avere sotto controllo la situazione che ci allarma mediante la ricerca razionale di una soluzione al nostro problema. Quando invece pensiamo di non avere vie d’uscita le nostre paure diventano ingestibili e ci terrorizzano. È importante dunque che si impari fin da piccoli delle tecniche per gestire le nostre paure.

Tutte le paure originano da una fondamentale che è la paura della morte, dalla consapevolezza che un giorno moriremo. Questo è l'elemento irrisolvibile che crea tutte le altre paure. Se pensiamo a cosa ci spaventa effettivamente della morte, probabilmente vedremo che è il nulla, l’ignoto, il vuoto, l’idea che di noi non resti niente, la fine di tutto, la perdita degli affetti, dell’amore, delle emozioni che la vita ci regala, ma soprattutto la consapevolezza che la morte è inevitabile. La morte si teme poiché sfugge completamente al  controllo dell’uomo. La paura della morte sopraggiunge, spesso, prima di andare a dormire, perché legata a quella “morte temporanea”, intesa come assenza di sé, che è il sonno. 

La paura della morte è comune alla maggior parte delle culture e varia a seconda dell’età di un individuo, ad esempio i bambini pensano di non morire, che muoiano gli altri e parlano della morte  praticamente senza timore, anzi spesso giocano “a fare il morto”. Poi, crescendo, si rendono conto che anche per loro la morte è inevitabile; nella pre-adolescenza iniziano i primi timori legati alla fine. Queste paure aumentano sempre più finché nell’età adulta si arriva a considerare la morte un vero e proprio tabù cercando di evitare l’argomento ogni volta che  esce fuori. Ci sono persone che hanno paura della propria morte e quelle che invece temono maggiormente la morte di una persona cara. Ad ogni modo la paura della morte è del tutto normale, dopo tutto abbiamo detto che  la morte è qualcosa che è fuori dal nostro controllo ed è  inevitabile. Questa combinazione produce panico, ansia e anche confusione. 
Se la paura di morire è troppo intensa, troppo frequente, sproporzionata, blocca o crea seri problemi alla persona nella sua vita, manifestandosi anche con degli attacchi di panico. La paura di morire è il nucleo centrale dell’attacco di panico.  Il soggetto teme di avere un attacco cardiaco, di sentirsi male, di svenire, di morire, di impazzire, di perdere il controllo. In genere dopo alcuni attacchi la persona impara ad evitare le situazioni dove gli attacchi si sono verificati. Questi attacchi nascono spesso in un periodo di vita in cui avvenimenti avversi hanno colpito il senso di sicurezza affettiva di una persona. La componente ansiosa della persona innesta sulla paura manifestazioni psicosomatiche. Per uscirne è necessario combattere l’ansia e l’insicurezza che è alla base. Non bisogna fermarsi solo al sintomo ma indagare anche le cause. 

La terapia psicologica cerca di aiutare l'individuo a superare le proprie paure innanzitutto cercando di capire se quella del soggetto è una paura localizzata e superficiale, legata a un trauma specifico oppure se è una paura di tipo esistenziale, più profonda. In quest’ultimo caso dietro a quella paura c'è un'insicurezza di fondo, una mancanza di autostima e dunque la terapia psicologica consisterà nel risalire all’origine di questo stato di crisi.

                                                  Dott.ssa Rita Manzo

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Frasi celebri:
- “Due cose belle ha il mondo, Amore e Morte”. Giacomo Leopardi  
-”Laudato sì, mi Signore, per sora nostra Morte corporale”. S. Francesco d’Assisi
-“Se avessi la forza sufficiente per tenere in mano una penna scriverei quanto facile e piacevole sia morire”. William Hunter
-:“La maggior parte delle persone lascia la vita nello stesso modo in cui vi entra: inconsapevolmente”. William Osler
-:“Proprio perché gli individui non si rendono conto di ciò che sta succedendo mentre la vita scivola via va a finire che la morte affligge coloro che restano più di coloro che se ne vanno”. Isaac Marks

venerdì 18 maggio 2012

IL MATRIMONIO



Con il matrimonio la coppia si trova ad affrontare tutta una serie di compiti che implicano la costruzione  di una relazione fondata sul “noi”, sulla condivisione, sull’empatia, sulla collaborazione reciproca e su un impegno reciproco prolungato nel tempo.  
Il matrimonio è un processo dinamico e continuo che segna il primo passo della costruzione di una famiglia. Attraverso di esso i partner hanno la possibilità  di negoziare alcuni diritti, privilegi e capacità individuali, per il vantaggio di appartenere ad una diade che è più forte di ciascuno di loro preso isolatamente, e dalla quale entrambi traggono la forza necessaria per affrontare la realtà sociale e culturale nella quale sono inseriti.
Malagoli Togliatti e Lubrano Lavadera definiscono il matrimonio come il risultato di un continuo e delicato lavoro di costruzione, mediazione e traduzione dei desideri e bisogni individuali, delle storie e culture di entrambe le famiglie e di tutte quelle norme, dei valori e dei vincoli sociali del contesto socio-culturale di appartenenza (2002).
Quindi ogni volta che discutete con la vostra metà su dove passare le feste, o dai genitori di chi dei due andare a cena state facendo proprio questo lavoro di costruzione, mediazione e traduzione dei vostri bisogni e di quelli della vostra metà, di quelli delle due famiglie d’origine e delle norme civili e culturali del vostro contesto d’appartenenza.
I compiti di sviluppo che la nuova coppia  si trova ad affrontare col matrimonio sono due:
1)             Adattamento alla vita di coppiaà I partner cercano di adattarsi alla vita di coppia cercando di stabilire i ruoli di entrambi  all’interno della coppia, le gerarchie, le funzioni, le regole implicite ed esplicite, gli spazi di libertà e intimità. 
Si cerca di affrontare e risolvere i problemi pratici relativi all’organizzazione della vita quotidiana. Nel mettere in atto il processo di accomodamento reciproco, ognuno dei membri della coppia mette in atto una serie di modelli appresi dalla propria famiglia d'origine cercando di imporli al partner. Questo produrrà tensioni, ma gradualmente la coppia giungerà a creare modelli condivisi da entrambi. Se questi compiti sono assolti con successo, ciascun partner percepirà un senso di reciprocità e collaborazione, prendendosi le proprie responsabilità e dando un contributo al mantenimento di un sano equilibrio affettivo, senza però perdere la propria individualità.
Ci sono alcuni fattori (M. Malagoli Togliatti e A. Lubrano Lavadera, 2002) che possono ostacolare questi processi di adattamento:
-la coppia si sposa prima dei 20 anni e dopo i 40;
-i due partner dipendono dalle proprie famiglie di origine dal punto di vista economico, relazionale, affettivo ed emotivo;
-la coppia va a convivere con una delle due famiglie di origine;
-la coppia si incontra o si sposa in corrispondenza di un lutto significativo;
-la coppia si sposa col parere contrario di una o di entrambe le famiglie di origine;
-i due partner provengono da famiglie separate;
-i due partner provengono da famiglie molto diverse sul piano culturale, religioso, economico, politico, etnico.

La gran parte dei problemi che la coppia si trova ad affrontare non è prevedibile prima del matrimonio, anche perché le convinzioni e le idee sul matrimonio non sempre coincidono con la realtà dei fatti.
All’inizio del matrimonio può risultare molto difficile per la nuova coppia gestire un conflitto. Il conflitto può essere costruttivo, quando il contesto relazionale è cooperativo, o distruttivo, quando il contesto relazionale è competitivo e mette in discussione il vissuto di autostima o la definizione del potere nella relazione. Spesso,soprattutto nelle prime fasi del matrimonio, possono essere messe in atto strategie di evitamento del conflitto per cercare di preservare il più a lungo possibile un clima idilliaco, ma a lungo andare questa modalità si rivela estremamente disfunzionale, perché si creano argomenti e contenuti di cui non si può parlare.  Il risentimento e il disaccordo che ne derivano  vengono così espressi  indirettamente, attraverso diverse manifestazioni di disagio.

2)     I rapporti con le famiglie d’origineà il matrimonio coinvolge non solo due singoli individui, ma anche due famiglie d’origine. La coppia coniugale deve cercare di fondere le due culture d’appartenenza in una sola. E’ la coppia che deve decidere quali aspetti conservare e quali no delle rispettive famiglie d’origine, creando una nuova e unica famiglia, comunque diversa ed unica rispetto a quelle d’appartenenza. La nuova coppia deve riuscire a raggiungere un equilibrio tra la lealtà verso la propria famiglia d’origine e quella verso la coppia stessa. Tra genitori e nuova coppia va costruita una relazione basata sullo scambio,  sul rispetto reciproco e sul mutuo sostegno, senza condizionamenti, tale che i legami tra la nuova coppia e le famiglie d’origine non diventino dei vincoli ma delle risorse. Il raggiungimento di una buona individuazione e separazione dalla propria famiglia d’origine consentirà alla coppia di viversi a pieno il matrimonio pur conservando ben salde le relazioni con i rispettivi  genitori.


Sicuramente non è semplice gestire nella quotidianità le difficoltà che un matrimonio presenta, soprattutto all’inizio, perché nessuno vi da le istruzioni per l’uso, ma se nella coppia vi è il rispetto reciproco, la predisposizione all’ascolto, la capacità di gestire le proprie emozioni e una sana comunicazione allora tali difficoltà possono essere affrontate con serenità.
Tuttavia, se durante il percorso si incontrano delle difficoltà dalle quali non ci si riesce a rialzare si può richiedere l’aiuto di uno psicologo che vi aiuti per una migliore gestione dei conflitti.

                                                                         Dott.ssa Rita Manzo

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Il ciclo di vita della famiglia
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Aforismi sul matrimonio:
-Una donna sposa un uomo sperando che cambi, e lui non cambierà. Un uomo sposa una donna sperando che non cambi, e lei cambierà. Anonimo
-Mia suocera tiene i miei figli il sabato, in compenso io tengo il suo tutti i giorni! Anonimo
-Il matrimonio è l'unica favola che comincia con vissero felici e contenti e finisce con c'era una volta. Anonimo
-Il legame di ogni rapporto, sia nel matrimonio sia nell'amicizia, sta nella conversazione. Oscar Wilde

lunedì 14 maggio 2012

A come ... AUTOSTIMA !


Avete presente quella pubblicità in cui c’è una modella che tutta fiera guarda nell’obiettivo e dice… “Perché io valgo!”? Beh, nella vita reale non sempre si ha la giusta misura del proprio valore. Ad ognuno di noi sarà capitato o capiterà nella vita di incontrare qualcuno che si crede di essere chissà chi, che pensa di saperne sempre più degli altri e che pretende di avere sempre ragione! Ma spesso ci capita anche di dover consolare qualcuno con frasi come “ti sottovaluti”, “devi avere più fiducia in te stesso”, “non sei consapevole delle tue potenzialità”… sono tutte frasi che denotano un problema di autostima.
L'AUTOSTIMA è la valutazione che una persona dà di se stessa. 
Tale valutazione può essere positiva o negativa.
Chi ha bassa autostima mostra scarsa fiducia nella propria persona e nelle proprie capacità; si sente spesso insicuro, non è in grado di contare su se stesso e manifesta diverse paure legate soprattutto alla propria percezione di inadeguatezza e incapacità. La scarsa autostima è un problema che tormenta molte persone ed è legata ad una scarsa accettazione di sé. Può diventare per chi la vive un serio problema da affrontare.
Chi ha un’eccessiva autostima è sempre sicuro di se stesso, spesso orgoglioso, ma anche presuntuoso e testardo; ritiene di fare sempre la cosa giusta, anche quando le cose non stanno così. È incapace di guardarsi indietro, di analizzare il proprio passato insieme agli errori commessi per trarne insegnamento. La sua sicurezza personale è così elevata che egli è incapace di vedere alternative di comportamento diverse da quelle prese in considerazione.
Una sana autostima si manifesta nella capacità di percepirsi e di rapportarsi a se stessi in modo realistico, positivo, rilevando i punti forti e quelli deboli, amplificando ciò che è positivo e migliorando quello che invece non lo è. La sana autostima è indipendente dal giudizio degli altri, è caratterizzata da una profonda conoscenza di se stessi, promuove obiettivi stimolanti ma non eccessivi, spinge la persona al confronto con se stessa e con gli altri.

L’autostima influenza l’autoefficacia cioè la consapevolezza di poter raggiungere degli obiettivi che ci siamo prefissati. Va da sé che se ho una bassa autostima anche la valutazione di poter raggiungere un risultato prefissato ne risente.L’autostima influenza anche il tono dell’umore, le relazioni affettive, e, in generale, influenza il successo nella vita e le scelte di ogni tipo. 
L’autostima è determinata da informazioni riferite a tre tipi di sé:
sé reale: è la valutazione oggettiva delle nostre competenze.
sé percepito: è la nostra valutazione del sé reale. Difficilmente sé percepito e sé reale coincidono, si rischia sempre di fare "errori di valutazione".
sé ideale: è come desideriamo essere. Esso è influenzato dalla cultura e dalla società.
I problemi legati all’autostima nascono dalla discrepanza tra sé ideale e sé percepito.
                                                    Dott.ssa Rita Manzo

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lunedì 7 maggio 2012

MOBBING



Il Mobbing è un attacco al lavoratore nel suo ruolo, alla sua dignità e alla sua salute fisica e psichica. La parola mobbing deriva dal verbo inglese to mob, che significa accerchiare, assalire e attaccare. Per Leymann il Mobbing è “Una comunicazione ostile e non etica perpetrata in maniera sistematica da parte di uno o più individui generalmente contro un singolo che, a causa del mobbing, è spinto in una posizione in cui è privo di appoggio e di difesa e lì costretto per mezzo di continue attività mobbizzanti. Queste azioni si verificano con una frequenza piuttosto alta (definizione statistica: almeno una volta a settimana) e per un lungo periodo di tempo (definizione statistica: una durata di almeno sei mesi). A causa dell’alta frequenza e della lunga durata, il mobbing crea seri disagi psicologici, psicosomatici e sociali.”
Il mobbing consiste in comportamenti che tendono ad isolare fisicamente il lavoratore (trasferimento in altra sede, blocco dei flussi di informazione strumentali al lavoro, privazione di attrezzature quali computer, telefono, posta ecc.); comportamenti che incidono sulle relazioni del lavoratore all’interno dell’azienda (diffusione di dicerie sulla persona,sulla famiglia e sugli amici, mancata convocazione a riunioni, esclusione da conferenze e corsi di aggiornamento ecc.); comportamenti che pregiudicano la reputazione del soggetto (ridicolizzazione, enfatizzazione negativa dei difetti personali e degli oggetti usati dalla vittima, diffusione di maldicenze ecc.);  comportamenti tendenti ad attribuire mansioni dequalificanti, umilianti, degradanti; comportamenti che revocano e non concedono periodi richiesti di ferie o permessi vari; molestie sessuali.
Non si può etichettare come mobbing una singola occasione in cui siamo stati criticati, magari anche duramente o in modo eccessivo, dal nostro capo, oppure demansionati o dequalificati. Possiamo etichettare questi accadimenti come maleducazione, villania, prepotenza, aggressività, abuso di potere. Nemmeno si può usare questo termine per pochi episodi di questo tipo (anche se i vissuti cognitivo-affettivi della “vittima” possono essere davvero molto sgradevoli ed includere ansia, disagio, tensione, ecc.).
Gli attori del mobbing sono:
      Il mobber: la persona che attua il mobbing ai danni di qualcuno. Il mobber gode di grande autostima, è aggressivo, è psicologicamente forte, mira al miglioramento della sua posizione professionale, non ha alcun timore di perdere il posto di lavoro, si sente dalla parte del giusto. Molti credono in lui, è sempre presente sul posto di lavoro, si sente superiore.
      Il mobbizzato: colui che subisce il mobbing, quindi la vittima. Non ha più fiducia in se stesso, è sulla difensiva, è psicologicamente debole, teme di venir sempre più demansionato, dequalificato o di essere diventato meno competitivo, teme di perdere il posto di lavoro, si sente vittima di un’ingiustizia. Molti pensano che soffre di manie di persecuzione, è spesso assente per malattia, si sente inferiore.
      Il side-mobber o co-mobber: gli spettatori dell’azione psicosociale, che si svolge sotto i loro occhi e, a volte, anche grazie alla loro complicità (lecchino, ipocrita,ecc).

Perché si possa parlare di Mobbing, ci deve essere da parte dell’aggressore un chiaro scopo negativo nei confronti della vittima. Tutte le azioni compiute dal mobber sono finalizzate a diversi scopi: allontanamento della vittima dal mondo del lavoro non solo fisico ma anche psicologico, trasferimento in un’altra sede, licenziamento, prepensionamento o pensionamento, ricovero in cliniche psichiatriche, in casi più gravi all’omicidio del mobber e/o suicidio del mobbizzato.
Molteplici sono le motivazioni che possono indurre una persona ad assumere il ruolo di mobber : fare carriera a tutti i costi, paura di perdere il proprio lavoro, posizione raggiunta, timore di essere superato da un collega, invidia nei suoi confronti,  semplice antipatia, presunta autodifesa ( l’azione mobbizzante può non venir riconosciuta come tale dal mobber stesso).
Nel mobbing è ben chiaro e percepibile un dislivello di potere tra mobber e mobbizzato, con la conseguenza che la vittima viene a trovarsi sempre in una posizione di svantaggio.
Il mobbizzato diviene vulnerabile psicologicamente e fisicamente. Comincia a rispondere con reazioni psichiche, fisiche e comportamentali spesso inadeguate ad affrontare la situazione. Spesso è incapace di fronteggiare il mobber e di reagire alle sue azioni con modalità adeguate.
L’attacco del mobber ha un obiettivo preciso, che può essere vario, ma comunque negativo nei confronti della vittima. Ha il fattore tempo dalla sua parte: può preparare e pianificare le sue azioni con largo anticipo e a lungo termine. La vittima, viceversa, spesso è colta di sorpresa e lasciata senza il tempo e la possibilità di prepararsi al conflitto. A ciò si aggiunge il fatto che la vittima di Mobbing è sola, mentre l’aggressore riesce quasi sempre  ad assicurarsi alleati e complici. Conseguentemente la vittima subisce tutta la violenza e l’energia distruttiva dello scontro, mentre l’aggressore può dividere le sue forze e quindi consuma meno energia per portare avanti il conflitto. Inoltre per la vittima è molto più stancante dover lottare contro molte persone invece di potersi concentrare su un unico aggressore.

Il Mobbing per definizione è un fenomeno che avviene solo sul posto di lavoro, tuttavia è un disagio che può ripercuotersi anche gravemente  in ogni aspetto della vita del mobbizzato, primo tra tutti la vita privata e famigliare. In quest’ultimo caso possono verificarsi conflitti e problemi anche dirompenti in famiglia che hanno come radice i problemi sul posto di lavoro. Siamo di fronte a quel fenomeno denominato DOPPIO-MOBBING: da una iniziale reazione di sostegno morale e profonda comprensione della famiglia nei confronti del mobbizzato, si passa ad un atteggiamento di disinteresse, dovuto ad un senso di stanchezza ed esasperazione dei familiari di fronte al fatto che il loro congiunto mobbizzato non fa che riversare continuamente su di loro la carica di negatività che accumula sul lavoro. Questa progressiva indifferenza a lungo andare si trasforma in vera e propria ostilità, quando la famiglia comincia a vedere seriamente minacciata la propria integrità e serenità dalla vittima di Mobbing e reagisce di conseguenza in una sorta di contrattacco (sei tu il vero problema, non gli altri). Il mobbizzato si ritrova così doppiamente attaccato, sul lavoro e in famiglia (da qui doppio-mobbing), coinvolto in una spirale di negatività che può avere effetti anche drammatici come separazioni coniugali, fughe da casa, profonde crisi personali, con esiti purtroppo anche tragici.
La frequenza con cui si verificano le azioni ostili è un criterio molto importante, perché mette in luce la differenza tra un singolo atto di ostilità e un conflitto persistente e persecutorio come il Mobbing. Si può affermare che il parametro della frequenza deve indicare una cadenza delle azioni ostili almeno di alcune volte al mese con l’eccezione della situazione in cui è presente  una singola azione ostile, ma le conseguenze che ne derivano sono assolutamente durature e, a lungo termine, e la percezione che la persona ha di questa azione è tutt’altro che passeggera.


Per definire una situazione di disagio lavorativo come mobbing il periodo vessatorio deve durare più di sei mesi. Il limite dei 6 mesi di Leymann si può accettare con la precisazione però che lo stesso può essere anche minore, se gli attacchi sono stati particolarmente frequenti e pesanti. Si tratta di quei particolari casi definiti Quick Mobbing (Ege, 2002). Il quick mobbing ha una durata compresa tra i 3 e i 6 mesi, con frequenza quotidiana di attacchi diretti contro più aspetti della vita privata e professionale della vittima (rientranti in almeno 3 delle categorie di Leymann, 1996).
Gli attacchi del mobber sono diretti a vari livelli della vita professionale, sociale e intima della vittima. Leymann (1996) elaborò una lista di azioni ostili suddivise in 5 categorie:
      1. Attacchi ai contatti umani: limitazioni alle  possibilità di espressione, sguardi e gesti minacciosi.
   2. Isolamento sistematico: trasferimento della vittima in un luogo di lavoro isolato, comportamenti di evitamento.
   3. Cambiamenti nelle mansioni : revoca delle mansioni da svolgere, assegnazione di lavori senza senso, nocivi o al di sotto delle capacità della vittima.
   4. Attacchi contro la reputazione: calunnie, pettegolezzi, turpiloquio, valutazione sbagliata o umiliante delle sue prestazioni.
      5. Violenza e minacce di violenza: minacce o atti di violenza fisica.

La distinzione in categorie ci permette dunque di valutare quali e quanti settori sono stati colpiti dal Mobbing. Si può parlare di Mobbing se la vittima indica di aver subito situazioni riconducibili ad almeno due delle cinque categorie. 

   Film consigliato: Mi piace lavorare


Italia, 2003, Drammatico, durata 89'. Regia di Francesca Comencini, con Nicoletta Braschi, Camille Dugay Comencini, Stefano colace, Marian Serban






                                 Dott.ssa Rita Manzo