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LA DOTT.SSA RITA MANZO E' PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA SISTEMICO-RELAZIONALE
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mercoledì 26 giugno 2013

DIFFERENZA TRA TIMIDEZZA E FOBIA SOCIALE

Si fa spesso confusione tra timidezza e fobia sociale in quanto esse presentano molti aspetti in comune, tuttavia è importante precisare le differenze in quanto molte persone timide, proprio a causa delle predette somiglianze, spesso si attribuiscono un disturbo che in realtà non hanno.
Va precisato innanzitutto che mentre la timidezza rientra nella normalità di un tratto caratteriale, la fobia sociale rappresenta un vero e proprio disturbo clinico.


La timidezza può essere definita come un tratto di personalità che può far sperimentare un lieve o moderato imbarazzo nel momento in cui ci si espone, ma che sostanzialmente non rappresenta un ostacolo nello svolgimento della vita della persona.

La fobia sociale, invece, è connotata da una forte e incontrollabile ansia, che finisce col prendere il sopravvento, portando la persona a dover modificare la propria vita, a rinunciare al piacere di relazionarsi all’altro. 
Il fobico sociale è oppresso dall’ansia anticipatoria dell’evento temuto. Ciò provoca un intenso vissuto d’ansia ancora prima che l’individuo si ritrovi nella situazione temuta.
Timidezza e fobia sociale in un certo senso possono essere considerate come diverse gradazioni della medesima condizione. Si differenziano, dunque, sul piano della gravità delle manifestazioni cliniche e dell’interferenza sul funzionamento sociale. In sostanza possiamo definire la fobia sociale come una timidezza esagerata che si caratterizza per una paura ed ansietà  persistenti nell’affrontare determinate situazioni sociali, nell’interazione con gli altri, o  semplicemente nell’essere osservati in qualunque situazione.
La fobia sociale è caratterizzata da un’estrema inibizione sociale e da un’esagerata timidezza. Difatti, qualsiasi situazione includa la probabilità di essere osservati o essere sottoposti al giudizio degli altri può essere molto temuta dal soggetto socialmente fobico e l’esposizione a tali situazioni genera un livello d’ansia che può assumere anche le caratteristiche di un attacco di panico. I pensieri che accompagnano l'ansia riguardano in genere il terrore di apparire ridicoli, inadeguati, incapaci, fragili, deboli, infantili, insignificanti. Questo terrore non fa altro che esasperare l'ansia al punto da manifestare effettivamente alcuni suoi segni, come la sudorazione, il tremore o il rossore. Tutti questi segni "confermano" al fobico sociale l'idea di apparire ridicolo e incapace. Inoltre, lo stato di enorme sofferenza provato in tali situazioni, può facilmente condurre all’assunzione di condotte di evitamento. Quando queste situazioni non sono evitabili, in genere emerge un intenso stato di ansia. L’evitamento non va affatto sottovalutato dato che contribuisce a mantenere il problema, limitando a lungo termine la qualità di vita della persona e,  talvolta, anche il suo funzionamento lavorativo.
Pertanto, se a un primo impatto la timidezza e la fobia sociale possono presentare dimensioni di funzionamento simili, in realtà una diversità esiste ed è rappresentata dalla differenza nell’intensità e nella quantità dei disturbi esperiti, e nel modo di rapportarsi ad essi. Nei confronti di certe situazioni sociali, quello che nella timidezza può essere solo un’apprensione o un fastidio, nella fobia sociale può diventare un vero senso di panico. E, mentre il soggetto fobico tenderà a evitare tali situazioni, il timido, in genere, si dimostra capace di affrontarle meglio, anche se in maniera insoddisfacente.
                                       Dott.ssa Rita Manzo

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lunedì 10 giugno 2013

GIOCATORI D'AZZARDO SOCIALI E PATOLOGICI: LINEA DI CONFINE

Quando si parla di gioco d’azzardo non bisogna necessariamente intendere il gioco patologico. Per molte persone giocare d’azzardo è un piacevole passatempo occasionale. È necessario, dunque, distinguere il gioco d’azzardo patologico dal gioco come forma di attività sociale e ludica.

Il GIOCATORE SOCIALE, utilizza il gioco per divertirsi e spesso lo fa in compagnia. 
Pur sperando nella vincita, è motivato da un semplice desiderio di divertimento. Generalmente non spende più denaro di quanto non si possa permettere ed è in grado di smettere di giocare quando lo desidera, riconosce nel gioco una potenziale fonte di danno economico.
Il giocatore sociale intuisce e non oltrepassa il labile confine tra innocua distensione e morboso accanimento.
Il processo che conduce il giocatore sociale a diventare giocatore problematico e successivamente dipendente appare subdolo e lento.

Il GIOCATORE PROBLEMATICO (O ECCESSIVO) non ha il pieno controllo 
sul gioco e le conseguenze che derivano da quest’ultimo, come ad esempio i debiti, iniziano a invadere la sua vita, ripercuotendosi sul benessere personale, familiare, lavorativo e sociale.
Il gioco diventa compulsivo quando il giocatore non riesce a controllare il desiderio di giocare, a prescindere dalle conseguenze di questo comportamento.


Il GIOCATORE PATOLOGICO è colui per il quale il gioco d’azzardo rappresenta una dipendenza. Il bisogno di giocare è sempre più forte. 
Solitamente il giocatore non riesce a separarsi dal gioco se non per brevi periodi di tempo. Prova irrequietezza e irritabilità quando tenta di ridurre o interrompere il gioco d’azzardo (astinenza). La frequenza di gioco è elevata anche per l’illusione che il giocatore nutre di rifarsi delle precedenti perdite (rincorsa alla perdita). L’elevato livello di eccitazione raggiunto lo spinge a trascorrere sempre più tempo al gioco, trascurando ciò che lo riguarda, lo circonda. Il giocatore patologico avverte il bisogno di giocare somme di denaro sempre maggiori per raggiungere lo stato di eccitazione ed euforia desiderato (fenomeno della tolleranza). Perde di conseguenza la reale percezione del valore del denaro. Il giocatore patologico stabilisce col gioco un rapporto esclusivo e altamente coinvolgente. Torna a giocare dopo aver perso nel tentativo di recuperare le perdite. Spesso gioca d’azzardo per alleviare sentimenti negativi come colpa, ansia, depressione. Mente ai membri della famiglia o ad altri per occultare l’entità del proprio coinvolgimento nell’azzardo. Spesso vi è una compromissione delle relazioni familiari ed amicali e talvolta la persona compie azioni illegali per recuperare denaro. In alcuni casi si toglie la vita.         
         
                                            Dott.ssa Rita Manzo

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sabato 8 giugno 2013

CHE COS'E' IL GIOCO D'AZZARDO?

Quando parliamo di gioco d'azzardo facciamo riferimento a tutti quei giochi che rispettano le seguenti caratteristiche:
-si scommette del denaro o oggetti di valore;
-la scommessa, una volta giocata, è irreversibile e non può essere ritirata;
-il risultato del gioco dipende dalla fortuna, ovvero dal caso, l’abilità del giocatore conta poco o niente perché è impossibile controllare o prevedere l’esito degli eventi.
Quindi giochi d’azzardo ogni volta che rischi soldi oppure oggetti di valore in un gioco che ti da la possibilità di vincere più di quanto hai scommesso, ma il cui esito è incerto.

I giochi d’azzardo più diffusi sono:
-gratta e vinci
-biglietti delle lotterie
-slot machine
-tutti i giochi del casinò
-giochi di carte (poker, blackjack…)
-win for life
-bingo
-corse
-scommesse sportive e schedine
-lotto – superenalotto
-dadi
-giochi a soldi in internet


Sono molti i motivi che possono spingere le persone a giocare d’azzardo: semplice divertimento, eccitazione del rischio, contrastare la depressione, evadere dalla routine, vincere denaro e migliorare la propria situazione finanziaria, cambiare vita, stare in compagnia, sognare una vita migliore...
Il gioco d’azzardo non sempre è pericoloso, molte persone giocano in modo responsabile. Tuttavia diventa un problema quando da passatempo diventa dipendenza. In questo caso il giocatore manifesta un persistente bisogno di giocare aumentando in modo progressivo il tempo e il denaro impegnati nel gioco, fino a condizionare in modo significativo gli altri ambiti della propria vita (la famiglia, il lavoro, il tempo libero), a investire al di sopra delle proprie possibilità economiche e a trascurare i quotidiani impegni della vita.
                                                 Dott.ssa Rita Manzo

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