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martedì 28 febbraio 2012

STRESS : impariamo a conoscerlo!



Alzi la mano chi si è sentito stressato almeno una volta nella vita! Credo sia impossibile trovare qualcuno che non lo sia stato mai!  In verità la differenza non è tra chi è stressato e chi no, ma tra chi riesce a gestirlo e chi no. Tutti siamo stressati e oggi lo siamo ancora di più rispetto al passato a causa dei ritmi frenetici della vita moderna. Ma che cos’è esattamente lo stress? Sicuramente non è facile definirlo data la natura estremamente soggettiva delle esperienze associate a questo termine. Nel linguaggio comune il concetto di stress è associato ad esperienze e vissuti spiacevoli e/o dolorosi. Hans Selye fu uno dei primi ricercatori a studiare lo stress che definì come “la risposta aspecifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata su di esso". Può essere prodotto da una gamma estremamente ampia di stimoli denominati stressors (agenti stressanti). Come avrete notato, nella definizione di Selye non vi è nulla sulla presunta o data scontata nocività dello stress, più che altro viene sottolineata una risposta adattiva, necessaria a tutti gli esseri viventi alla sopravvivenza.
La somma di tutte le reazioni che si manifestano nell’organismo in seguito alla prolungata esposizione ad uno stress (risposta di stress) viene definita da Selye sindrome generale di adattamento e consta di tre fasi:
1. Allarme: l'organismo risponde agli stressor mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento sia fisici (aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della glicemia, del tono muscolare, del metabolismo e di alcuni neurotrasmettitori)che mentali(l'aumento dello stato di allerta e di "tensione emotiva").
2. Resistenza: se lo sforzo prosegue nel tempo, l’organismo cerca di adattarsi alla situazione e gli indici fisiologici tendono a normalizzarsi anche se lo sforzo per raggiungere l'equilibrio è intenso. Ha una durata maggiore della precedente.
3. Esaurimento: Se la condizione stressante continua, oppure risulta troppo intensa, si entra in una fase di esaurimento in cui l'organismo non riesce più a difendersi e la naturale capacità di adattarsi viene a mancare; si ha il cedimento delle difese immunitarie e l’organismo, incapace di reagire, si indebolisce favorendo la comparsa di malattie. L’organismo esaurisce le energie impiegate nell’adattamento, e rischia danni irreversibili, se non addirittura la morte.
Lo stress è causato da molti fattori che possono essere sia positivi ( sposarsi, iniziare a lavorare, fare un figlio, ecc. …) che negativi (es.: avere una malattia cronica grave, disoccupati di lunga data, subire abusi e violenze assistere un parente o un coniuge molto malato fisicamente o psicologicamente, morte di una persona cara, divorzio, essere licenziati, subire mobbing, avere gravi problemi economici, ecc. …). Anche se oggi è diventato un termine negativo, in sé lo stress è una risposta fisiologica normale. Selye distingue due tipologie di stress:
Eustress (stress positivo): lo stress è positivo quando è desiderato e ci fornisce la sensazione di dominare il nostro ambiente (es.: il superamento di un esame).
Distress (stress negativo): lo stress è negativo quando è indesiderato, spiacevole e accompagnato da sensazioni d’insicurezza, disagio, soggezione ecc… . È sostanzialmente sinonimo di ciò che nel linguaggio comune viene definito “stress”. Esempi di distress sono: la perdita di un congiunto, la perdita del lavoro ecc.
Quando ci sentiamo sotto pressione il nostro corpo reagisce come se dovessimo fronteggiare un attacco e pertanto manifesta una serie di reazioni biochimiche:  il nostro metabolismo accelera, il nostro battito cardiaco aumenta, la pressione sale, salgono i livelli di trigliceridi e di  colesterolo nel sangue. La reazione di stress è ottimale quando è rappresentata da condizioni di attivazione e disattivazione rapida, con un’intensità che di rado raggiunge livelli eccessivi e che comunque è limitata nel tempo. Quando invece la reazione di stress è disfunzionale e lo stress diventa cronico a farne le spese è il nostro organismo e possiamo accusare una serie di disturbi dovuti alle modificazioni ormonali indotte dalla reazione di stress. Fra i disturbi più comuni ci sono:  stanchezza cronica, caduta dei capelli, tachicardia, senso di oppressione al petto, difficoltà digestive, intestino irritabile, stipsi, dolori muscolari,  ecc .. Lo stress ha un effetto negativo anche sul sistema immunitario e quando siamo stressati siamo più vulnerabili alle infezioni, alle malattie e allo sviluppo di patologie autoimmuni.
Solitamente quando siamo molto stressati non diamo molta importanza ai segnali di malessere che il nostro corpo ci manda. E' importante prendere sul serio questi campanelli d'allarme e modificare il nostro stile di vita se  vogliamo prevenire malattie più serie in futuro.

         Dott.ssa Rita Manzo, Psicologa e Psicoterapeuta                                                     

venerdì 10 febbraio 2012

PAURA DEL GIUDIZIO DEGLI ALTRI


Abbiate pure cento belle qualità, la gente vi guarderà sempre dal lato più brutto.
Molière, Il misantropo, 1666

Quante volte vi è capitato di fare qualcosa e di chiedervi:”chissà cosa ne penserà…!”, “chissà cosa penseranno di me, cosa diranno…”, oppure “e adesso che figura ci faccio con …”. Stiamo sempre attenti al giudizio degli altri e in particolare ad allontanare da noi i giudizi negativi, che sono fonte di disagio e frustrazione, e ricercando quelli positivi, da parte dei nostri genitori, dei nostri fratelli, dei nostri amici, che aumentano l’autostima e allontanano dolore e frustrazione. Noi ricerchiamo quotidianamente la gratificazione del bisogno di approvazione, di essere giudicati positivamente e apprezzati da chi ci circonda.
Negli anni ’50 Abraham Maslow individuò cinque ordini di bisogni dell’uomo e li organizzò graficamente in una scala fatta a piramide; al quarto livello di tale piramide Maslow indicò il bisogno di stima: per ogni uomo è fondamentale sapere di essere rispettato, approvato, riconosciuto, ecc… A causa di questo bisogno non sempre ci mostriamo agli altri per come siamo realmente perché abbiamo paura di essere giudicati, di non essere apprezzati e stimati per come siamo realmente, con il rischio di sembrare poco naturali e col tempo, di perdere la nostra spontaneità. Quando diamo molta importanza al giudizio degli altri non siamo spontanei né liberi, siamo più passivi, ci sentiamo insicuri, avvertiamo un profondo disagio interiore e ci sentiamo bloccati in quello che vorremmo fare o dire; insomma il giudizio degli altri alla fine diventa il nostro giudizio e diveniamo noi i primi acerrimi nemici di noi stessi. Se prestate attenzione, quando si ha paura del giudizio altrui siamo sempre noi a metterci in discussione, siamo sempre noi quelli sbagliati e che per questo devono cambiare quel qualcosa che certamente non va in loro stessi. Il giudizio degli altri è un qualcosa di molto potente che tende a limitare la maggior parte delle persone, impedendole di essere realmente se stesse. Siamo costantemente soggetti al giudizio degli altri. L’attenzione che investiamo nell’evitare di ricevere un giudizio negativo da parte degli altri spesso è superiore a quella che dedichiamo alla costruzione di un sé spontaneo e autentico. C’è sempre qualcuno che critica il nostro modo di vestire, come parliamo, come ci muoviamo, come lavoriamo, ecc.. Se tali critiche sono costruttive possono essere una risorsa e uno spunto per migliorarsi. Ma quando gli altri ci giudicano negativamente, ci mettono a disagio e possono indebolire la nostra autostima. Nella paura del giudizio rientrano due componenti fondamentali: il bisogno di approvazione (conferme della propria adeguatezza) e la paura della critica (circa eventuali limiti o mancanze). Ma la verità è che non si può piacere a tutti!Il mondo è bello perché è vario!non è possibile avere gli stessi gusti, gli stessi interessi e lo stesso modo di essere proprio perché le esperienze di vita vissute e le credenze variano da individuo a individuo. Che ci piaccia o no ci sarà sempre qualcuno che ci giudica o che la pensa in un modo diverso dal nostro! Seguire il giudizio altrui ci mette davanti ad una scelta: o ci uniformiamo al “gregge”  o ci giochiamo la carta di essere noi stessi con il rischio di essere  criticati e spesso evitati; Dunque, tenendo presente che le persone che ci giudicano sono tante e che non sono tutte uguali, finiremmo comunque per non andare bene a qualcuno continuando a correre il rischio di essere giudicati! Per poter uscire dalla “trappola” del giudizio possiamo seguire alcuni suggerimenti. Il primo che mi sento di dare è quello di imparare a valutare i giudizi ed i consigli delle persone, accogliere le critiche costruttive, tese al miglioramento, al benessere o all'aiuto dell'altro, anche se possono suscitare senso di colpa, di incompetenza, di ignoranza, di ansia generi­ca, e non dare importanza alle critiche manipolative, inutili, false e deleterie che hanno come scopo fondamentale quello di creare imbarazzo, senso di incompetenza, di ignoranza, di colpa, di ansia generica. Impariamo dai nostri errori per migliorarci anziché considerarli una sconfitta. Altro suggerimento è quello di imparare a ridere dei propri errori e delle brutte figure, un atteggiamento autoironico aiuterà molto a non temere le critiche ed i giudizi. Tenete ben presente che siamo noi a dare agli altri il potere di farci del male: se toglieremo il potere al giudizio altrui vedrete che saranno solo parole vuote. Bisogna allenarsi ad essere assertivi cercando di esprimere senza vergogna sentimenti, emozioni, i tuoi pensieri, idee e opinioni. Noi possiamo decidere autonomamente, valutare il nostro comportamento, i pensieri, le emozioni, assumendocene la responsabilità. E’ fondamentale stare bene con sé stessi e sentirsi sempre più liberi di esprimere le proprie idee, le proprie emozioni ed i propri desideri. Se noi per primi impareremo a non criticarci, anche gli altri non saranno più dei giudici così feroci come nel passato. Ricorda che sei tu il vero e solo giudice di te stesso!




VIVI COME CREDI

(di Charlie Chaplin)

C'era una volta una coppia con un figlio di 12 anni e un asino. Decisero insieme di viaggiare, di lavorare e di conoscere il mondo. Così partirono tutti e tre con il loro asino. Arrivati nel primo paese, la gente commentava: "Guardate quel ragazzo quanto è maleducato... lui sull'asino e i poveri genitori, già anziani, che lo tirano". Allora la moglie disse a suo marito: "Non permettiamo che la gente parli male di nostro figlio." Il marito lo fece scendere e salì sull'asino.
Arrivati al secondo paese, la gente mormorava: "Guardate che svergognato quel tipo... lascia che il ragazzo e la povera moglie tirino l'asino, mentre lui vi sta comodamente in groppa." Allora, presero la decisione di far salire la moglie, mentre padre e figlio tenevano le redini per tirare l'asino.
Arrivati al terzo paese, la gente commentava: "Povero uomo! Dopo aver lavorato tutto il giorno, lascia che la moglie salga sull'asino; e povero figlio, chissà cosa gli spetta, con una madre del genere!"
Allora si misero d'accordo e decisero di sedersi tutti e tre sull'asino per cominciare nuovamente il pellegrinaggio.
Arrivati al paese successivo, ascoltarono cosa diceva la gente del paese: "Sono delle bestie, più bestie dell'asino che li porta: gli spaccheranno la schiena!". Alla fine, decisero di scendere tutti e camminare insieme all'asino.
Ma, passando per il paese seguente, non potevano credere a ciò che le voci dicevano ridendo: "Guarda quei tre idioti; camminano, anche se hanno un asino che potrebbe portarli!
Conclusione: Ti criticheranno sempre, parleranno male di te e sarà difficile che incontri qualcuno al quale tu possa andare bene come sei.
Quindi: vivi come credi.
Fai cosa ti dice il cuore... ciò che vuoi... una vita è un'opera di teatro che non ha prove iniziali.
Quindi: canta, ridi, balla, ama... e vivi intensamente ogni momento della tua vita... prima che cali il sipario e l'opera finisca senza applausi.


Questa metafora di Chaplin è utile per capire che, qualsiasi cosa facciamo, troveremo sempre persone che ci criticheranno o che parleranno male di noi e che non serve a niente modificare il nostro comportamento per “piacere agli altri”.

Preoccupati più della tua coscienza che della reputazione.
Perché la tua coscienza è quello che tu sei, la tua reputazione è ciò che gli altri pensano di te.
E quello che gli altri pensano di te è problema loro.
Charlie Chaplin
   

Se hai bisogno di una consulenza puoi contattarmi al numero 3333072104
                                                       Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Santa Maria Capua Vetere (CE), Calvi Risorta (CE)

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venerdì 3 febbraio 2012

ELABORAZIONE DEL LUTTO


Film: Forrest Gump, U.S.A. 1994, diretto da Robert Zemeckis
Il lutto è il sentimento di intenso dolore che si prova per la perdita, in genere, di una persona cara e, per estensione, il cordoglio che implica tale perdita significativa. Il dolore derivante dalla morte di una persona cara è forse una delle più intense esperienze che dobbiamo affrontare durante la nostra vita. Nessuno conosce la ricetta perfetta per superare tale dolore, ciascuno lo vive in maniera diversa  e personalissima. L'esperienza psicologica del lutto è influenzata da molteplici fattori come le circostanze della malattia (lunga o breve, con presenza di sintomi dolorosi, stato di coscienza presente o meno..), modalità del decesso (morte improvvisa o attesa, luogo, stato della salma), elementi personali e relazionali di chi subisce il lutto come l'età, ruolo ricoperto all'interno della famiglia, grado di parentela, qualità della relazione, caratteristiche psicologiche personali, risorse all'interno del contesto familiare o ambientale. Ogni lutto quindi è diverso, ma tutti sono accomunati da un processo di elaborazione con delle fasi che si susseguono con la stessa sequenza, variandone a volte la durata.
Fasi di elaborazione del lutto
L'"elaborazione del lutto" consiste nel lavoro di rielaborazione emotiva dei significati, dei vissuti e dei processi sociali legati alla perdita dell'"oggetto relazionale", ovvero della persona  con la quale si era sviluppato un legame affettivo significativo, interrotto dal decesso della stessa.
Bowlby, considerando la perdita come una forma irreversibile di separazione, vede la reazione di lutto come un caso particolare di angoscia da separazione, un'angoscia che egli considera come una risposta realistica da parte di un individuo che si trova di fronte alla separazione e dunque alla perdita.
Bowlby e Parkes concettualizzano il lutto come un processo scandito da quattro fasi che non sono nette, ma che nell'esperienza soggettiva si intersecano e si sovrappongono continuamente secondo percorsi non lineari:
1.fase del torpore/stordimento: dura da poche ore a una settimana, puo’ essere interrotta da attacchi di collera e angoscia estremamente intensi. È caratterizzata da una reazione iniziale di shock e di incredulità, seguita poi da emozioni più intense come rabbia ed angoscia, una sorta di anestesia o disorganizzazione, per cui la persona colpita dal lutto sembra non registrare la morte avvenuta in quanto l’evento risulta troppo doloroso e forse incomprensibile.
2.fase dello struggimento e della ricerca della figura persa : Può durare da alcuni mesi a qualche anno, nei quali subentrano, con la progressiva realizzazione della perdita, le cosiddette “fitte di cordoglio” (episodi di intensa sofferenza intervallati da momenti di ansia, turbamento, rabbia ed autorimproveri); si tende a ricercare la persona scomparsa ed a rimuginare ossessivamente  sull’evento. Si svolge su due versanti distinti: da un lato la ricerca, dall’altro la protesta.
La ricerca segue una sequenza complessa, le cui componenti sono indicate da Parkers come segue:
“a) un moto incessante e un continuo scrutare l’ambiente;
b) il pensiero fisso sulla persona perduta;
c) lo sviluppo di una situazione percettiva centrata sulla persona perduta, cioè di una disposizione a percepire e a notare qualsiasi stimolo che ne suggerirebbe la presenza, ignorando tutti quelli che non servirebbero a tale scopo;
d) il dirigere l’attenzione verso quelle zone dell’ambiente in cui sembra più probabile trovare la persona perduta;
e) il chiamare la persona perduta”.
Dall’altro lato, molto comune è l’espressione della rabbia, della collera che conferisce al soggetto abbandonato, l'energia psichica e comportamentale per cercare di ristabilire un contatto con la figura persa. Solo dopo aver mosso tutti i tentativi di recupero della persona perduta, il soggetto può accettare l'irreversibilità della perdita e procedere quindi nel lavoro del lutto. La collera è quindi, per Bowlby, parte costitutiva della reazione di dolore, anche quando è indirizzata verso la persona defunta. Bowlby ritiene l'espressione aperta di questo impulso una condizione necessaria per un decorso normale del lutto.
3.fase di disorganizzazione e disperazione: In questa fase avviene il riconoscimento del carattere permanente della perdita, che fa comparire un senso di disperazione e di apatia, espressi attraverso l’isolamento sociale, la difficoltà di concentrazione nelle attività abituali e la mancanza di progettualità, disturbi del sonno e dell’alimentazione. È lo stadio più lungo e delicato del processo di elaborazione del lutto.
4.fase di maggior o minore grado di riorganizzazione: Si assiste in misura diversa, a seconda dei casi, ad una situazione di recupero e graduale rinnovamento delle relazioni sociali e degli interessi in varie attività, come esito positivo di un processo di ridefinizione di se stesso e della realtà. Tale compito risulta doloroso, ma cruciale per il riemergere della progettualità, in quanto implica la rinuncia definitiva alla speranza di recuperare la persona perduta e di ripristinare la situazione precedente.
Secondo Bowlby, il fatto che l’individuo presenti un pattern di dolore sano o problematico in seguito alla separazione dipende dal modo in cui è venuto ad organizzarsi il suo sistema di attaccamento nel corso dello sviluppo. Un processo di lutto sano ha luogo in soggetti con stile di attaccamento sicuro, mentre individui che sperimentano dolore cronico hanno imparato ad organizzare il loro sistema di attaccamento attorno all’assunzione implicita che le figure di attaccamento non siano abbastanza accessibili o degne di fiducia.
Il processo di elaborazione del lutto, in base all'intensità del legame affettivo interrotto, dalle sue modalità, e da diversi fattori protettivi o di rischio, può essere di durata e complessità variabile. Solitamente, nella sua fase acuta, viene completato entro 6-12 o anche 24 mesi in caso di perdite di figure relazionali primarie (genitori, figli, partner), anche se non sono infrequenti possibili sequele per periodi successivi; si deve comunque tenere conto che il processo di elaborazione è fortemente soggettivo, e può durare per tempi assai variabili in base a fattori personali e situazionali. Sembra quasi che nella società moderna non ci sia posto più per l'elaborazione  del lutto. I ritmi fisici ed emotivi sono talmente accelerati da privare quasi la persona del tempo fisiologico necessario per arrivare ad accettare la scomparsa definitiva del proprio caro o comunque per ristrutturare un nuovo equilibrio psico-emotivo di fronte al cambiamento determinato dal lutto.
Il processo di elaborazione del lutto  spesso è accompagnato da uno stato depressivo, che in base alla durata nel tempo e alla qualità dei vissuti può evolvere in uno stato depressivo grave, che viene comunemente definito "lutto complicato".
Si ha una condizione di lutto complicato quando la persona non riesce a ritornare a modelli di comportamento funzionali entro un anno dall'evento luttuoso e/o quando, in seguito della perdita, compaiono sintomi psicopatologici.
Si tratta comunque di un'evenienza piuttosto rara: non si deve infatti scambiare lo stato di pur acuta sofferenza emotiva, anche di diverse settimane o mesi di durata, che accompagna fisiologicamente ogni lutto grave, con un lutto complicato di valenza più problematica.
Bisogna, inoltre, fare una differenza tra il lutto complicato e il lutto traumatico.
Il "lutto traumatico" è il lutto che si instaura a partire da un evento critico, come un decesso imprevisto ed improvviso (come ad esempio un incidente stradale o un suicidio); anche se presenta profili di maggiore complessità rispetto al lutto "normale", non necessariamente un lutto traumatico esita in un lutto complicato; spesso è comunque alla base di un trauma psicologico.
In situazioni di lutto complicato o lutto traumatico, può in certi casi essere utile un sostegno psicologico. Un intervento specifico per facilitare il superamento del lutto e prevenire la comparsa di complicanze si può rendere necessario in presenza di particolari fattori di rischio e quando manca un supporto sociale valido. Bisogna considerare attentamente gli episodi depressivi insorti dopo la morte di un familiare, valutandone la gravità, la persistenza e la pervasività.
                      
Se hai perso una persona amata ed hai bisogno di una consulenza puoi contattarmi al numero 3333072104
Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
                Calvi Risorta (CE), Santa Maria Capua Vetere (CE) 

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mercoledì 1 febbraio 2012

IL CICLO DI VITA DELLA FAMIGLIA



È difficile definire in maniera esaustiva che cosa sia una famiglia, non soltanto per i cambiamenti e le fluttuazioni della forma assunta dalla famiglia nel corso della storia, ma soprattutto perché essa è un’entità visibile da tanti punti di vista differenti. Una proposta interessante è quella fornita da Valeria Scabini, secondo la quale la famiglia può essere definita «una organizzazione complessa di relazioni di parentela che ha una storia e crea una storia». In questa definizione gioca un ruolo importante la parola “storia” che, connettendo l’ambiente della famiglia alla dimensione temporale, rende conto della molteplicità di livelli che caratterizzano gli scambi intercorrenti tra una famiglia e il suo ambiente. Anche McGoldrick, Heiman e Carter attribuiscono importanza agli aspetti storici definendo la famiglia un sistema emozionale plurigenerazionale, ovvero che racchiude l’intero sistema emozionale di almeno tre, talora anche quattro generazioni, legate da vincoli di parentela, di sangue o legali. Nell’ambito di questo ampio sistema familiare tri- o quadri-generazionale , la famiglia nucleare rappresenta dunque un sottosistema emozionale, che risulta influenzato dalle relazioni passate, presenti e future.

Le famiglie sono soggette a cambiamenti continui, che possono manifestarsi a diversi livelli strettamente interdipendenti:
livello individuale --> Ciascun membro della famiglia evolve, cresce e si trasforma nel tempo, per cui ogni famiglia deve confrontarsi ed assecondare le trasformazioni relative allo sviluppo emotivo, cognitivo e fisico dei suoi diversi componenti.
livello interpersonale --> Così come gli individui si trasformano nel tempo, allo stesso modo le relazioni esistenti tra i diversi membri della famiglia evolvono, portando significative modificazioni all’interno della famiglia stessa. Es. le relazioni tra genitori e figli si modificano man mano che i figli crescono.
livello gruppale --> In una famiglia intervengono cambiamenti importanti anche in seguito a trasformazioni della sua composizione che si hanno con l’entrata di un membro nella famiglia per nascita o adozione di un figlio, con l’accoglimento di un genitore anziano rimasto solo, o con l’uscita dal nucleo familiare di uno dei membri per matrimonio, per separazione coniugale, morte o altro evento.
livello sociale --> la struttura relazionale della famiglia cambia anche in seguito alle trasformazioni che avvengono nel contesto sociale e culturale di cui fa parte. Es. guerre, disoccupazione, benessere economico ecc. .
Il gruppo famiglia nel corso degli anni deve poter soddisfare due esigenze apparentemente contrapposte tra loro: da una parte, quella di trasformarsi in relazione ai diversi bisogni evolutivi dei singoli componenti; dall’altra, quella di conservare il senso della propria identità e continuità nel tempo. In sostanza il gruppo famiglia deve poter conservare una propria “stabilità” pur adattandosi a continue trasformazioni.
Ogni famiglia pur rappresentando una realtà a se stante si trova ad affrontare degli stadi piuttosto tipici che la mettono di fronte a svariati compiti evolutivi.

Secondo Carter e McGoldrick [1980] il ciclo di vita familiare può essere suddiviso in sei stadi:
1. Giovane adulto senza legami: Nella fase precedente la formazione della famiglia, è indispensabile il “distacco emotivo” del giovane dal gruppo di origine e ciò si concretizzerà attraverso la differenziazione e definizione del proprio sé rispetto ai familiari, nell’ambito del lavoro e delle relazioni con i pari.
2. Formazione della coppia: In questo secondo stadio un lavoro positivo di ristrutturazione deve portare all’organizzazione del sistema coniugale e si devono “ridefinire” le relazioni con le famiglie estese e con i gruppi di appartenenza dei coniugi. Si può verificare che in alcune famiglie uno o entrambi i membri della coppia non hanno rielaborato in modo costruttivo il distacco dalla propria famiglia di origine (scarsa differenziazione), per cui risulta limitata la capacità di realizzare un efficace coinvolgimento nel nuovo gruppo familiare, e da qui possono sorgere problemi all’interno della nuova coppia.
3.Nascita del primo figlio e famiglia con bambini piccoli: in questo stadio il processo emozionale centrale è l’accettazione dei figli come nuovi membri del sistema. In altri termini, vuole dire: la formazione del sottosistema genitoriale, il riassestamento di quello coniugale per fare spazio ai figli e il riadattamento delle relazioni con le famiglie di origine dove andranno “rinegoziati” i ruoli di genitori e nonni.
4. Famiglia con adolescenti: Nella famiglia con adolescenti, deve essere aumentata la flessibilità dei confini all’interno della famiglia, per permettere lo svincolo dei figli. Se ciò avviene, l’adolescente si sentirà libero di entrare e uscire dal sistema famiglia senza nessun tipo di condizionamento o di costrizione. In questa fase vi è una nuova attenzione ai rapporti di coppia.
5. Famiglia in cui i figli adulti escono di casa: Nel quinto stadio il processo emozionale centrale sarà l’accettazione di un numero sempre maggiore di movimenti di uscita e di entrata nel sistema: in pratica ciò comporterà nuovi interessi entro il sottosistema coniugale degli adulti, lo sviluppo di relazioni alla pari tra genitori e figli adulti e la ridefinizione di relazioni per includere nipoti e generi/nuore.
6. Famiglia nell’età anziana: Il sesto stadio riguarda l’accettazione del cambiamento dei ruoli generazionali, del mantenimento del funzionamento di coppia, del riconoscimento di un ruolo più centrale alle generazioni di mezzo.

Il modello di sviluppo proposto da Carter e McGoldrick presuppone che la famiglia attraversi una serie di fasi. Ogni fase è caratterizzata da specifici compiti di sviluppo, che comportano una ristrutturazione dei rapporti a livello di coppia, delle relazioni genitori-figli e di quelle con la famiglia d’origine e la cui soluzione consente il passaggio allo stadio successivo. I compiti di sviluppo sono dunque obiettivi finalizzati alla crescita in un determinato periodo della vita della famiglia. 
Per Haley non sempre la famiglia riesce ad affrontare tali compiti evolutivi. Qualora il sistema familiare non riesca ad affrontare con successo il compito di sviluppo che contraddistingue la fase del ciclo vitale che sta attraversando, è probabile che si verifichi una sofferenza del sistema. Anzi, in presenza di rilevanti difficoltà ad effettuare cambiamenti e a superare una tappa del ciclo vitale, uno o più componenti del sistema possono divenire sintomatici. Haley ritiene che lo stress familiare è più intenso nelle fasi di transizione da uno stadio all’altro del processo evolutivo della famiglia e ipotizza che i sintomi patologici compaiano più facilmente in occasione di interruzioni o distorsioni nell’evoluzione del ciclo di vita. I sintomi segnalano che la famiglia è bloccata o sta procedendo con difficoltà nella transizione verso la fase successiva. Gli interventi clinici efficaci saranno pertanto diretti a rimettere in moto il processo evolutivo del gruppo familiare.

Bibliografia
Camillo Loriedo, Angelo Picardi. Dalla teoria generale dei sistemi alla teoria dell'attaccamento. Percorsi e modelli della psicoterapia sistemico-relazionale. Franco Angeli
Marisa Malagoli Togliatti, Anna Lubrano Lavadera. Dinamiche relazionali e ciclo di vita della famiglia. Il Mulino
A cura di Marisa Malagoli Togliatti e Umberta Telfener. Dall’individuo al sistema. Manuale di psicoterapia relazionale. Bollati Boringhieri

Se stai attraversando delle difficoltà in famiglia e hai bisogno di una consulenza è possibile prenotare un appuntamento al numero 3333072104

Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Santa Maria Capua Vetere (CE), Calvi Risorta (CE)

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