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SALVE, SONO LA DOTT.SSA RITA MANZO, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA SISTEMICO-RELAZIONALE. RICEVO TUTTI I GIORNI PREVIO APPUNTAMENTO TELEFONICO AL NUMERO 3333072104. LO STUDIO SI TROVA A CALVI RISORTA (CE), IN VIA GUGLIELMO MARCONI N.30. SI HA LA POSSIBILITA' DI USUFRUIRE DELLA TERAPIA PSICOLOGICA ANCHE IN MODALITA' ONLINE. SERVIZI OFFERTI: PSICOTERAPIA INDIVIDUALE, DI COPPIA E FAMILIARE, CONSULENZA E SOSTEGNO PSICOLOGICO.
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sabato 5 settembre 2020

DIPENDENZA AFFETTIVA CASERTA


In alcune relazioni la linea di confine tra amore e dipendenza affettiva è estremamente sottile e capita sovente di fare confusione.

Lo scopo di questo articolo è proprio quello di fare chiarezza e aiutarti a distinguere una relazione sana da una disfunzionale.

Un rapporto sano può considerarsi tale quando la relazione tra i partner è equilibrata ovvero è caratterizzata da: 

comunicazione sana, che risulta fondamentale soprattutto per mediare i conflitti.

buona capacità di ascolto 

rispetto e sostegno reciproco 

- complicità, fiducia, onestà 

stessi diritti e doveri

individualità, ovvero ciascun partner ha i propri interessi, vive esperienze diverse, ed è proprio tale diversità che  rafforza la coppia, che la arricchisce

- autonomia dell'individuo all'interno della coppia.

In un legame caratterizzato da Dipendenza Affettiva (in inglese Love Addiction) riscontriamo invece uno squilibrio nella relazione causato dalla dipendenza patologica di un partner nei confronti dell'altro.

La dipendenza patologica è legata a vissuti di inadeguatezza sviluppati sin dall'infanzia. In genere il dipendente affettivo ha alle spalle un sistema familiare problematico e affettivamente carente che non è stato in grado di dargli nè attenzioni nè amore, facendolo così crescere con la convinzione di non esserne meritevole. Da ciò nasce: 

- scarsa autostima 

- atteggiamenti di sottomissione nella relazione, rinunciando alla propria dignità e alla propria autonomia, con la conseguente perdita del Sè

Il partner viene visto dal dipendente affettivo come un punto di riferimento fondamentale (non importa se malsano) dal quale dipende la propria autonomia. La bassa stima di sè lo porta ad affidarsi totalmente al partnerche decide per tutte le scelte importanti della sua vita.  Ha la percezione che le difficoltà della vita possano essere affrontate solo grazie all'aiuto e al sostegno del partner. La sensazione che prova è quella di non esistere senza l'altro, dunque si fa in quattro per soddisfare i bisogni e i desideri del partner soffocando i propri. Tutto ciò allo scopo di essere visto e apprezzato dall'altro. Quando le risposte del partner lo deludono l'amore si trasforma in risentimento.

Il dipendente affettivo ha paura della separazione, dell’abbandono, della solitudine e ogni cambiamento viene vissuto con angoscia. 

La paura ossessiva di perdere la persona amata innesca: 

- rinuncia dei propri bisogni e desideri 

- atteggiamenti di gelosia ossessiva e di possessione nei confronti del partner volti a limitarne l'autonomia

paura del cambiamento

- chiusura verso l'ambiente esterno

- evitamento di tutte le situazioni considerate "pericolose" per la stabilità del rapporto al fine di ottenere un maggiore controllo. 

Da ciò ne consegue una stagnazione del rapporto.

Di può uscire dalla dipendenza affettiva?

Per uscire dalla dipendenza affettiva è necessario lavorare sull'autostima per rinforzarla attraverso un percorso psicoterapeutico. Bisogna modificare il proprio modo di pensare, imparare a riconoscere i propri bisogni, riuscire ad esprimerli e imparare che portarli nella relazione fa bene alla coppia perchè la arricchisce e la rende dinamica.


Se hai bisogno di una consulenza puoi contattarmi al numero 3333072104
Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Calvi Risorta (CE), Santa Maria Capua Vetere (CE)

giovedì 26 settembre 2013

PSICOPATOFOBIA - PAURA DI IMPAZZIRE

Uno dei peggiori sintomi delle crisi d’ansia e degli attacchi di panico è la paura di impazzire o di perdere il controllo, di contrarre una grave malattia mentale, vi è il timore che il cervello non funzioni più correttamente. Talvolta le persone con una crisi d’ansia possono sentirsi come se fossero sul punto di perdere la testa. Tutto ciò può essere incredibilmente debilitante, il soggetto è portato a pensare che gli stia accadendo qualcosa di terribile, o di poter perdere il controllo e commettere qualcosa di grave, irreversibile, mettendo a repentaglio la sua vita o quella di altre persone. 
Il non sentire più di avere il controllo di mente e corpo, il forte senso di irrealtà, la sensazione di estraneità dal corpo e da ciò che lo circonda, il vedere offuscato, le palpitazioni, i brividi, sono tutti sintomi dell’ansia che possono stordire a tal punto da far credere al soggetto di non essere in grado di riprendere il controllo della situazione e di stare quindi impazzendo. Ma tutto ciò è solo un brutto scherzo dell’ansia e in nessun caso questa paura indica che la persona stia realmente impazzendo. Tali sensazioni  spaventano in maniera eccessiva  le persone che le esperiscono, ma sapere che si tratta di ansia e nient’altro, per quanto spaventosa possa essere, può essere di grande aiuto a chi ne soffre. Le persone non "diventano pazze" improvvisamente e il solo fatto di analizzare la propria sanità mentale è già un indice di normalità. Questa fobia è di per sé paradossale, dato che nelle gravi malattie mentali temute, quali ad esempio le psicosi, uno dei sintomi principali è proprio la mancanza di insight, cioè di consapevolezza della malattia. Gli psicotici non hanno potere sui loro episodi psicotici che possono durare per giorni o addirittura settimane, periodo durante il quale non vi è la percezione di perdita del controllo. Così, anche se l'ansia può far sentire la persona “come se” stesse impazzendo, resta comunque una sensazione che non ha nulla a che vedere con un vero episodio psicotico. 
A volte la paura di impazzire è momentanea, ma ci sono casi in cui diventa quasi un’ossessione. Solitamente le persone mettono in atto dei meccanismi per cercare di ridurre il problema come ad esempio l’evitamento di tutte le situazioni ad “alto rischio” di panico, ciò però può produrre una riduzione progressiva delle normali attività nel quotidiano, iniziando da quelle che comportano l’esposizione diretta con i luoghi o le situazioni potenzialmente pericolosi, fino ad arrivare, nei casi più gravi, a periodi più o meno lunghi di vero e proprio ritiro sociale e isolamento da qualunque contatto interpersonale. Questi meccanismi non permettono alla persona che manifesta tale problematica di viversi la vita serenamente. Uno dei rimedi più efficaci per superare la paura di impazzire è cercare di parlare e condividere questo stato d’animo, le sensazioni che si provano e i sintomi. Per essere supportati nel modo migliore sarebbe utile cercare aiuto rivolgendosi ad uno psicologo specializzato in psicoterapia.
                                                Dott.ssa Rita Manzo

martedì 15 gennaio 2013

ORTORESSIA: L’OSSESSIONE PER IL CIBO SANO



L’ortoressia è un disturbo molto diffuso, ma non ancora ufficialmente incluso tra i disturbi del comportamento alimentare.
È un’ossessione patologica che riguarda le proprietà e la qualità dei cibi. Mentre nell’anoressia e nella bulimia nervosa è soprattutto la “quantità” di cibo che rappresenta un problema, qui è soprattutto la “qualità” di ciò che si ingerisce ad avere valore.
L’ortoressico elimina ampie categorie di alimenti ritenendoli genericamente “dannosi”, senza che questa convinzione corrisponda né ad un effettivo danno personale (allergie, intolleranze ecc.) né a riscontri scientifici. I cibi vengono catalogati dall’individuo ortoressico, come “puri”, se a suo avviso si possono mangiare, ed “impuri” quando invece vanno accuratamente evitati. Il soggetto si astiene dal nutrirsi con alimenti che non facciano parte della categoria classificata come “pura”.
Questo desiderio di “salute a tutti i costi” riguarda principalmente il cibo, ma si manifesta anche con l’ossessione del fitness, dei massaggi, della pulizia, del rilassamento, ecc.
Le fissazioni dell’ortoressico generalmente sono quelle di mangiare verdure crude e frutta solo di stagione, insalate con foglie non tagliate perché non perdano le loro qualità nutritive, escludere uova, latticini, carne, conoscere in modo preciso le etichette di ciò che mangia, le percentuali delle sostanze nutritive e dei componenti di ogni scatoletta, il valore calorico, i carboidrati…
In tal modo la gamma alimentare  tende a restringersi progressivamente, fino a divenire limitata a pochissimi ingredienti e a modalità di preparazione ripetitive e ritualistiche.
In molti casi queste fissazioni portano la persona ortoressica a trascurare le relazioni sociali, ad isolarsi, giudicando “gli altri” con un senso di superiorità: tutto ciò conduce all’isolamento, a ripiegarsi sui propri pensieri, tutti centrati sul cibo, sulla pulizia non solo esteriore, ma anche interiore.
I sintomi più comuni appartenenti ai soggetti ortoressici sono i seguenti:
- necessità di conoscere ogni singolo ingrediente contenuto negli alimenti
- necessità di programmare ogni pasto
- paura di contaminare il proprio corpo
- disgusto nel riempire il proprio corpo con sostanze non naturali
- desiderio continuo di depurarsi
- severità con se stessi e senso di colpa quando si trasgredisce alla dieta
- disgusto per le persone che mangiano in modo normale
- difficoltà di relazione con chi non condivide le proprie idee sul cibo.
L'ortoressia è sicuramente un disturbo del nostro tempo, che risente di influenze culturali, in particolare della moda alimentare di consumare cibi biologici che si è affermata solo recentemente.
L’ortoressia colpisce soprattutto soggetti adulti, over 30, ed è sempre più diffuso tra gli uomini e tra le persone di buon livello culturale. Il maggior coinvolgimento dei soggetti maschi si può spiegare col fatto che l’ideale maschile condiviso non è la magrezza, ma piuttosto la salute, il benessere fisico e l’apparente giovinezza.
Quella che nasce come desiderio di una dieta sana e bilanciata, con il passare del tempo, si trasforma in una vera e propria ossessione, che influisce fortemente anche sui rapporti affettivi e sociali, che assumono un ruolo subordinato e sacrificato rispetto al cibo (per esempio, alimentazione solitaria, prolungata per ore, rifiuto di cenare in ristorante, ecc.).
I soggetti pongono l’alimentazione al centro della loro esistenza e finiscono per ridurre progressivamente i loro interessi al di fuori di questa area.

L’ortoressico grave si impone regimi dietetici rigidi e restrittivi, e fa di tutto per evitare di mangiare qualcosa che ritiene contaminato o che possa nuocere alla sua salute. Se capita di dover mangiare qualcosa di “impuro” l’ortoressico prova un senso di colpa: vomito, diarrea, mal di testa sono i sintomi che sopraggiungono dopo essere caduti in tentazione. Tale senso di colpa non si placa fino a quando l’inadempienza alle “regole” non viene auto-punita. Le auto-punizioni non sono estreme come quelle a cui si sottopone il soggetto colpito da anoressia o bulimia, ma implicano comunque una ancora più drastica riduzione dello spettro di alimenti che “si possono mangiare”. Tutto ciò porta la persona ad evitare sempre di più situazioni sociali che lo costringono a mangiare cibo per lui contaminante e, dunque, la solitudine e la depressione sono dietro l’angolo.
Naturalmente, oltre alle conseguenze sulla vita di relazione, a lungo andare possono crearsi anche scompensi metabolici di gravità variabile o sindromi da malnutrizione. Analogamente, la negazione di un’alimentazione diversificata favorisce la perdita del piacere del cibo, e addirittura la riduzione dei sensi dell’olfatto e del gusto, con conseguente ulteriore perdita di interesse verso il cibo in quanto tale.
Dietro alla mania del mangiare solo cibo sano ci sono spesso manifestazioni legate all’ipocondria e alla paura ossessiva di contrarre malattie. Spesso gli ortoressici hanno in comorbidità anche un disturbo ossessivo compulsivo di personalità. Le persone sono angosciate da fobie per le  malattie e dalla paura di contaminazione. Spesso sono assillate dal desiderio di avere un corpo forte e resistente agli attacchi infettivi o al trascorrere del tempo. 
Anche se l’ortoressia nasce dal desiderio del soggetto di avere uno stile di vita più “sano”, la linea tra uno stile di vita sano e questo disturbo è davvero molto sottile, perciò, è  molto difficile individuarlo come problema psicologico.
I rischi non sono alti se la cerchia di alimenti “consentiti” è quella di un vegetariano, ma possono aumentare, se il cibo inizia ad insinuarsi in ogni pensiero, discorso ed azione intrapresa.
Nei casi lievi o transitori chi soffre di ortoressia non raggiunge comportamenti dannosi, mentre nei casi gravi arriva a modificare il proprio stile di vita, vivendo in uno stato di costante pericolo e arrivando a isolarsi e a manifestare un vero e proprio disturbo di personalità.
Le conseguenze fisiche dipendono dalla gravità e dalla durata del disturbo, ma possono prodursi notevoli conseguenze relazionali (isolamento sociale, rituali ossessivi) ma soprattutto possono insorgere altri disturbi dell’Alimentazione di grado più severo: infatti, la propensione a trasformarsi in Anoressia Nervosa è molto comune.
La differenza principale con l’anoressia, che a prima vista appare molto simile, è l’assenza di un pensiero continuo al peso, alle forme corporee ed all’apporto calorico. L’interesse è rivolto solo alla qualità vera o presunta dei cibi da introitare, che il soggetto, almeno per quanto riguarda le porzioni, mangia sempre in quantità normali. 
Le conseguenze a lungo termine di questa patologia dipendono principalmente dal regime calorico-dietetico, che l’individuo s’impone.
La terapia dell'ortoressia prevede un approccio globale che comprende psicoterapia più seguimento dietologico.
                                         Dott.ssa Rita Manzo

Ne troverai due specifici per l'Ortoressia nella sezione Scale di Autovalutazione per i Disturbi dell'Alimentazione.

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domenica 13 gennaio 2013

LA TIMIDEZZA


COS’È LA TIMIDEZZA
La timidezza è un elemento che da sempre rappresenta e accompagna gli esseri umani. E’ il senso di disagio e di impaccio che si prova nel rapporto con gli altri, la mancanza di disinvoltura, l'incapacità di parlare in pubblico. Essa dunque comporta sia un disagio interiore che una goffaggine esteriore quando si è in presenza di persone o ci si trova in situazioni che creano disagio.
Il timido si inibisce in un gran numero di situazioni sociali che evita ogniqualvolta sia possibile. Di solito, però, dopo un periodo iniziale di inibizione all'azione, il timido perviene ad un adattamento col moltiplicarsi degli incontri. In sostanza in un ambiente familiare i timidi si comportano normalmente.
Il disagio della persona timida rimane contenuto e non ha niente a che vedere con il panico che si sperimenta nei casi di fobia sociale.

COME SI MANIFESTA LA TIMIDEZZA
La persona timida ha difficoltà a sostenere sguardi, silenzi, e situazioni imbarazzanti, come chiacchierare con un estraneo, parlare di sé o passare davanti a persone che lo possono osservare. Fonte di timidezza sono gli sconosciuti, le persone dell'altro sesso, parlare in pubblico, trovarsi in un gruppo numeroso, avere uno status inferiore a quello dei propri interlocutori, sentirsi inferiore a vario titolo.
Il timido ha la continua sensazione di sentirsi al centro dell’attenzione, di essere sottoposto all’osservazione e al giudizio degli altri, giudizio che teme essere negativo. Questo può alimentare bassa autostima e scarsa fiducia in se stesso, che aumentano a loro volta il timore di non essere accettato. Le aspettative negative del timido lo inducono a focalizzare l’attenzione su sé stesso per tenere sotto controllo ciò che potrebbe essere criticato dagli altri; il suo atteggiamento, dall’esterno, appare remissivo o inibito. Spesso tende a sopravvalutare le difficoltà e a sottovalutare le proprie capacità.
La persona timida nelle situazioni in cui è a disagio tende a diventare con facilità rossa in viso, comincia a sudare, ha il battito cardiaco accelerato, vive in uno stato d’ansia. Evita di contraddire gli altri e di schierarsi per non perdere il consenso esterno. La sua paura del conflitto riflette il timore di essere poco stimato. Infatti il problema che sta alla base della timidezza è una scarsa autostima. Questo aspetto infatti non emerge nelle situazioni in cui le persone timide si sentono sicure; in tali situazioni, infatti, sembrano dimenticarsi completamente del loro disagio e spesso esprimono delle doti e qualità di cui spesso loro stessi si stupiscono.
La timidezza può variare di intensità e anche diminuire o svanire del tutto. Può variare a seconda del soggetto da un leggero disagio a una paura irrazionale, a un vero e proprio disturbo d’ansia (fobia sociale).
La persona timida che si trova a vivere una situazione di disagio, a livello fisiologico manifesta i seguenti sintomi:
- accelerazione del battito cardiaco
- sensazione di una morsa allo stomaco
- sudorazione eccessiva
- rossore.
A livello psicologico, la timidezza dipende innanzitutto da una eccessiva focalizzazione su sé stessi e sui propri errori, da una bassa stima di sé e da una eccessiva negatività.
La vergogna è uno dei vissuti che la persona timida vive: vergogna di mostrare le emozioni, vergogna di uscire allo scoperto, vergogna di apparire e vergogna, quindi, di mostrarsi per intero. La persona timida vive costantemente la vita in una scissione perenne tra le sue parti: quelle buone e socialmente accettate possono venir fuori a piccole dosi e con enorme controllo, quelle “scabrose” devono essere celate e da queste, il primo a doversi difendere, è proprio il timido.

QUANDO COMPARE LA TIMIDEZZA
In linea generale la comparsa della timidezza sembra essere abbastanza precoce e si verificherebbe sin dalla prima infanzia e nell'adolescenza, al contrario della fobia sociale che avrebbe inizio solo in seguito.
La timidezza durante l’infanzia può essere favorita da genitori timidi e introversi che contribuiscono a creare un senso di insicurezza e inadeguatezza all’interno della propria famiglia riproponendo il modello appreso; oppure da genitori troppo protettivi e ansiosi che non forniscono ai figli la sicurezza di cui hanno bisogno per affrontare le situazioni sociali; ma anche da genitori rigidi e severi, che non consentono ai figli una libera espressione delle emozioni. I figli che nei confronti di tali genitori si sentono insicuri e timidi, ripropongono nelle relazioni sociali questa stessa modalità di relazione.
La timidezza può comparire anche in adolescenza, periodo di grandi trasformazioni, in cui si perdono le sicurezze apprese in precedenza, cambiano i punti di riferimento, non più i genitori ma il gruppo dei pari. 
I coetanei diventano gli interlocutori più importanti, tanto che il rapporto con loro può influenzare le sfera scolastica, sportiva e affettiva, ed essere timidi può essere vissuto come un problema.

COSA FARE QUANDO LA TIMIDEZZA DIVENTA UN PROBLEMA

La timidezza non è né una malattia né un disturbo perché non è caratterizzata da cronicità e non interferisce pesantemente con la vita lavorativa, scolastica, sociale. Tuttavia, pur non essendo una malattia, la timidezza può creare un disagio notevole se chi ne soffre manifesta una crescente difficoltà nello stare in mezzo agli altri, sino ai giungere a casi estremi di isolamento sociale. Tale difficoltà nei casi più gravi può portare a delle complicazioni psicologiche, quali ad es. la depressione e il ricorso a droghe o alcol. In altri casi meno estremi, la timidezza può condurre alla solitudine.
È importante non confondere la timidezza con la fobia sociale. Quest’ultima è un disturbo più grave che porta la persona all’evitamento delle situazioni, all’isolamento, a non fidarsi delle persone, a limitarsi pesantemente nelle opportunità relazionali, sociali, lavorative. E la situazione può aggravarsi portando a depressione, senso di inadeguatezza, rabbia verso se stessi.
Se la timidezza dovesse diventare un problema, tale da essere vissuta con dolore e da portare ad un graduale isolamento sociale, essa può essere affrontata, in tutta tranquillità, attraverso un percorso psicologico volto alla promozione del proprio benessere.
Il sostegno psicologico e la psicoterapia possono offrire soluzioni soddisfacenti per combattere la timidezza attraverso:
- l’incremento  del senso di  autoefficacia nell’affrontare le varie sfide della propria vita;
- l'aumento della fiducia nelle proprie capacità
- il miglioramento delle relazioni fondamentali che la persona vive con gli altri e con il mondo.
- in miglioramento dell’autostima, della relazione che il soggetto vive con sé stesso
- il miglioramento nella gestione delle emozioni.
                                                           Dott.ssa Rita Manzo

PER FARE IL TEST SULLA TIMIDEZZA CLICCA QUI 
lo troverai nelle Scale di Autovalutazione dell'Ansia

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domenica 30 dicembre 2012

ADOLESCENZA E INNAMORAMENTO: il rapporto tra genitori e figli


L’evento che segna l’inizio dell’adolescenza è lo sviluppo puberale. I cambiamenti fisici e corporei che esso comporta sono irreversibili e testimoniano la fine di una condizione, quella di bambino, e l’inizio di nuove modalità di relazionarsi sul piano affettivo.
Nel periodo adolescenziale si completa il processo dell’individuazione affettiva, attraverso il quale i ragazzi spostano i loro investimenti affettivi fuori dalla famiglia d’origine.
L’innamoramento e l’amore favoriscono, in questo periodo di vita, l’approfondimento delle conoscenze su se stessi e sugli altri, il processo di autonomia dai genitori e lo sviluppo delle proprie potenzialità migliorando le relazioni con l’altro sesso.
Per l’adolescente l’esperienza dell’innamoramento rappresenta la conquista di un piano affettivo evoluto e una sorta di rivalsa rispetto a quella immagine di bambino che desidera togliersi di dosso, corrisponde al desiderio di essere presi sul serio dagli adulti in generale e dai genitori in particolare.
Gli amori adolescenziali corrispondono a legami spesso esclusivi, fusionali, assolutizzanti, dove ci si dà totalmente per l’altro e non c’è spazio per l’“io” ma solo per il “noi”, e non sembra esserci spazio né per l’autonomia dell’altro, né (spesso) per impegni e doveri scolastici, né per le relazioni familiari, bruscamente poste in secondo piano.
I ragazzi che durante l’adolescenza vivono i loro primi innamoramenti in questo modo spesso vivono con altrettanta tragicità la loro eventuale rottura fino a rifiutare qualunque altra forma di contatto con la realtà: si smette di mangiare, ci si rifiuta di uscire o di vedere gli amici, ci si disinteressa totalmente degli impegni scolastici.
Gli adulti spesso sottovalutano i sentimenti degli adolescenti, che invece vivono con grande serietà e profonda intensità i loro primi amori, preparandosi così a vivere quelli successivi. Infatti sono i primi amori carichi di entusiasmo e di speranze a influenzare il modo di vivere l’amore e la capacità di formare una coppia stabile in età adulta.
L’innamoramento nell’adolescenza è un passaggio delicato e difficile sia per gli adolescenti che per i genitori. Per i primi è una tappa fondamentale di quel processo di individuazione che conduce verso la costruzione di una propria identità.
Per i genitori, invece, l’innamoramento dei figli adolescenti è un banco di prova relativo alle proprie emozioni, ma allo stesso tempo è un’ulteriore  riconferma del fatto che i loro figli stanno crescendo e stanno cominciando a cercare al di fuori della famiglia altri affetti.
Come genitori si può, comprensibilmente, avvertire molta difficoltà a rapportarsi a questi ragazzi improvvisamente divenuti “distanti”, “assenti” totalmente assorbiti dall’idillio dei loro primi amori e dai drammi delle conseguenti rotture. Non di rado, guidati dall’apprensione e dallo sgomento di non riconoscere più il proprio figlio, si può cominciare a guardare con sospetto al nuovo compagno/compagna che ha catalizzato tutte le sue attenzioni ed energie; spesso molti genitori si sorprendono in comportamenti eccessivamente “controllanti” o a fare scenate che aumentano soltanto le conflittualità e le incomprensioni.
Tuttavia va considerato che, quella delle prime “cotte”, degli amori romantici o esclusivi è una caratteristica tipica dell’adolescenza e, come tale, rappresenta quindi, per lo più, soltanto una fase di transizione e non un tratto stabile del carattere del ragazzo o della ragazza. 
La non ancora completa maturità sul piano fisico ed emotivo fa sì che si cerchi, in questi primi legami con l’altro sesso, più che altro un completamento di sé e della propria identità ancora incerta e non definita e, insieme a questo, un tipo di relazione affettiva alternativa a quella che si ha con i propri genitori tipica dell’infanzia. L’unione è quindi spesso idealizzata e assolutizzata proprio perché rispondente al bisogno di definire in qualche modo e completare il proprio sé, a trovare nell’altro quelle parti di sé stessi di cui ci si sente carenti, non in grado di sviluppare autonomamente. Per gli stessi motivi, anche le rotture di queste infatuazioni più o meno passeggere possono essere connotate da toni altamente drammatici e non congruenti col piano di realtà.
Alla luce di tutto questo, l’atteggiamento più utile da parte di un genitore è quello di riconoscere e rispettare il diritto del proprio figlio, in quanto adolescente, a vivere questa particolare fase della sua crescita piuttosto che subissarlo di domande inquisitorie, proibizioni o consigli non richiesti o massime di vita su come è più o meno giusto comportarsi in amore.
Questo, tuttavia, non esclude che un genitore intervenga di tanto in tanto per riportare il proprio figlio coi “piedi per terra” restituendogli sì il rispetto, ma anche la responsabilità del proprio comportamento  e delle conseguenze che questo può avere.
Gli adolescenti per poter arrivare a definire se stessi hanno bisogno sia di potersi sperimentare, immergersi in loro stessi e giocare molte “parti”, ma anche di scontrarsi col senso del limite e con le richieste che la realtà esterna gli pone.
C’è da dire, infine, che l'adolescente, innamorato o no, mette in crisi il ruolo dei genitori, che devono passare dall'essere e sentirsi genitori di un bambino a essere e sentirsi genitori di un ragazzino e poi di un quasi adulto. Ma mette in crisi i genitori anche più profondamente, nella loro stessa identità di persone che avanzano verso un nuovo stadio della loro vita. Si impongono dei cambiamenti nel loro mondo interno oltre che nella famiglia. Si impone che essi stessi facciano nuovi passi maturativi: da giovani genitori di bambini, occorre che imparino a vedersi un po' meno giovani genitori di ragazzi che ormai possono essere alti quanto loro o di più, belli quanto loro o di più, intelligenti quanto loro o di più di loro e così via.
Anche i genitori, pertanto, possono sentirsi confusi, vuoti, soli. E lungo la via che li condurrà a una ridefinizione della loro identità di genitori e di persone possono a loro volta provare momenti di disequilibrio prima di trovare nuovi adattamenti. 

                                                          Dott.ssa Rita Manzo

lunedì 11 giugno 2012

BASSA AUTOSTIMA: COME POSSO ACCETTARMI DI PIÙ?

I problemi legati all’autostima nascono da una discrepanza tra il sé ideale ed il sé percepito. Il sé ideale è rappresentato da ciò che desideriamo essere. Il sé percepito è dato dalla percezione che abbiamo di noi stessi. A tutti noi è capitato in passato di desiderare di possedere una certa qualità vista in un’altra persona, o di essere capaci di fare qualcosa. Fino ad un certo punto ciò rientra nella normalità, ma diventa eccessivo e quindi un problema quando la persona si rassegna al fatto che non sarà mai come vorrebbe essere. Smettendo di lavorare e lottare per migliorarsi si finisce per peggiorare, o semplicemente per rimanere ciò che si è per tutta la vita. Migliorare l'autostima è possibile e richiede un impegno costante nel tempo. E’ possibile lavorare su alcuni aspetti per costruire l'autostima e la fiducia in se stessi e per imparare ad accettarsi di più.
Innanzitutto bisogna lavorare sulle proprie percezioni. Solitamente la persona con bassa autostima tende a vedere gli altri migliori di sé poiché dirige l’attenzione sulle qualità positive che gli altri possiedono e che lei invece non ha, non considerando tutte le altre qualità positive che possiede, ed uscendo quindi dal confronto sempre perdente. L’altro agli occhi di una persona con bassa autostima è sempre più bello, più competente, più simpatico! Bisogna ricordare, però, che nessuno è perfetto, tutti hanno dei pregi e dei difetti, quindi ogni volta che fate un paragone sfavorevole con qualcun altro, cercate di notare un difetto che l'altra persona ha e che voi non avete. Questo vi permetterà di conoscervi meglio e di imparare ad apprezzare maggiormente le vostre qualità focalizzando l'attenzione non solo sugli aspetti negativi, ma anche e soprattutto su quelli positivi.
Un’altra cosa da tenere in considerazione è che solitamente chi non si apprezza per quello che è tende a dare agli altri un’immagine diversa di sé, a indossare una “maschera” per paura di non piacere e dunque di essere rifiutato. Non c’è niente di male nel voler fare una buona impressione, soprattutto a lavoro o quando si incontra una persona per la prima volta, purchè non si stravolga completamente la natura della persona. Ma con gli  amici e la famiglia bisogna lasciarsi andare e mostrarsi per quello che si è veramente. Se sentiamo che gli altri ci apprezzano nonostante le nostre debolezze, anche noi ci apprezzeremo di più.
Nella vita fate quello che più vi rende realizzati e non ciò che potrebbe far piacere a qualcun altro, o ciò che gli altri si aspettano da voi. Se avete la sensazione di non essere assolutamente in grado di fare una determinata cosa mettetela da parte momentaneamente e concentratevi su qualcos'altro che siete capaci di fare. 
Non ponetevi degli obiettivi troppo difficili da raggiungere. Essi vanno calibrati in funzione delle proprie caratteristiche e capacità reali. È inutile e dannoso volere a tutti i costi qualcosa che al momento non siamo in grado di avere. Molto meglio prendere una nostra qualità positiva, seppur piccola, e cercare di sfruttarla al massimo, pensando a tutte le cose che potremmo ottenere sviluppandola a fondo.
Tutti abbiamo la capacità di raggiungere gli obiettivi che ci siamo prefissati, a patto che siano realistici e scaturiscano dalla consapevolezza delle proprie potenzialità, non da desideri altrui o scelte ideali. Se partiamo da piccoli obiettivi col tempo saremo in grado di realizzare anche quelli più complessi che all’inizio ci sembravano impossibili da raggiungere. 
                                                      Dott.ssa Rita Manzo

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martedì 28 febbraio 2012

STRESS : impariamo a conoscerlo!



Alzi la mano chi si è sentito stressato almeno una volta nella vita! Credo sia impossibile trovare qualcuno che non lo sia stato mai!  In verità la differenza non è tra chi è stressato e chi no, ma tra chi riesce a gestirlo e chi no. Tutti siamo stressati e oggi lo siamo ancora di più rispetto al passato a causa dei ritmi frenetici della vita moderna. Ma che cos’è esattamente lo stress? Sicuramente non è facile definirlo data la natura estremamente soggettiva delle esperienze associate a questo termine. Nel linguaggio comune il concetto di stress è associato ad esperienze e vissuti spiacevoli e/o dolorosi. Hans Selye fu uno dei primi ricercatori a studiare lo stress che definì come “la risposta aspecifica dell’organismo a ogni richiesta effettuata su di esso". Può essere prodotto da una gamma estremamente ampia di stimoli denominati stressors (agenti stressanti). Come avrete notato, nella definizione di Selye non vi è nulla sulla presunta o data scontata nocività dello stress, più che altro viene sottolineata una risposta adattiva, necessaria a tutti gli esseri viventi alla sopravvivenza.
La somma di tutte le reazioni che si manifestano nell’organismo in seguito alla prolungata esposizione ad uno stress (risposta di stress) viene definita da Selye sindrome generale di adattamento e consta di tre fasi:
1. Allarme: l'organismo risponde agli stressor mettendo in atto meccanismi di fronteggiamento sia fisici (aumento della frequenza cardiaca, della pressione arteriosa, della glicemia, del tono muscolare, del metabolismo e di alcuni neurotrasmettitori)che mentali(l'aumento dello stato di allerta e di "tensione emotiva").
2. Resistenza: se lo sforzo prosegue nel tempo, l’organismo cerca di adattarsi alla situazione e gli indici fisiologici tendono a normalizzarsi anche se lo sforzo per raggiungere l'equilibrio è intenso. Ha una durata maggiore della precedente.
3. Esaurimento: Se la condizione stressante continua, oppure risulta troppo intensa, si entra in una fase di esaurimento in cui l'organismo non riesce più a difendersi e la naturale capacità di adattarsi viene a mancare; si ha il cedimento delle difese immunitarie e l’organismo, incapace di reagire, si indebolisce favorendo la comparsa di malattie. L’organismo esaurisce le energie impiegate nell’adattamento, e rischia danni irreversibili, se non addirittura la morte.
Lo stress è causato da molti fattori che possono essere sia positivi ( sposarsi, iniziare a lavorare, fare un figlio, ecc. …) che negativi (es.: avere una malattia cronica grave, disoccupati di lunga data, subire abusi e violenze assistere un parente o un coniuge molto malato fisicamente o psicologicamente, morte di una persona cara, divorzio, essere licenziati, subire mobbing, avere gravi problemi economici, ecc. …). Anche se oggi è diventato un termine negativo, in sé lo stress è una risposta fisiologica normale. Selye distingue due tipologie di stress:
Eustress (stress positivo): lo stress è positivo quando è desiderato e ci fornisce la sensazione di dominare il nostro ambiente (es.: il superamento di un esame).
Distress (stress negativo): lo stress è negativo quando è indesiderato, spiacevole e accompagnato da sensazioni d’insicurezza, disagio, soggezione ecc… . È sostanzialmente sinonimo di ciò che nel linguaggio comune viene definito “stress”. Esempi di distress sono: la perdita di un congiunto, la perdita del lavoro ecc.
Quando ci sentiamo sotto pressione il nostro corpo reagisce come se dovessimo fronteggiare un attacco e pertanto manifesta una serie di reazioni biochimiche:  il nostro metabolismo accelera, il nostro battito cardiaco aumenta, la pressione sale, salgono i livelli di trigliceridi e di  colesterolo nel sangue. La reazione di stress è ottimale quando è rappresentata da condizioni di attivazione e disattivazione rapida, con un’intensità che di rado raggiunge livelli eccessivi e che comunque è limitata nel tempo. Quando invece la reazione di stress è disfunzionale e lo stress diventa cronico a farne le spese è il nostro organismo e possiamo accusare una serie di disturbi dovuti alle modificazioni ormonali indotte dalla reazione di stress. Fra i disturbi più comuni ci sono:  stanchezza cronica, caduta dei capelli, tachicardia, senso di oppressione al petto, difficoltà digestive, intestino irritabile, stipsi, dolori muscolari,  ecc .. Lo stress ha un effetto negativo anche sul sistema immunitario e quando siamo stressati siamo più vulnerabili alle infezioni, alle malattie e allo sviluppo di patologie autoimmuni.
Solitamente quando siamo molto stressati non diamo molta importanza ai segnali di malessere che il nostro corpo ci manda. E' importante prendere sul serio questi campanelli d'allarme e modificare il nostro stile di vita se  vogliamo prevenire malattie più serie in futuro.

         Dott.ssa Rita Manzo, Psicologa e Psicoterapeuta