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SALVE, SONO LA DOTT.SSA RITA MANZO, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA SISTEMICO-RELAZIONALE. RICEVO TUTTI I GIORNI PREVIO APPUNTAMENTO TELEFONICO AL NUMERO 3333072104. LO STUDIO SI TROVA A CALVI RISORTA (CE), IN VIA GUGLIELMO MARCONI N.30. SI HA LA POSSIBILITA' DI USUFRUIRE DELLA TERAPIA PSICOLOGICA ANCHE IN MODALITA' ONLINE. SERVIZI OFFERTI: PSICOTERAPIA INDIVIDUALE, DI COPPIA E FAMILIARE, CONSULENZA E SOSTEGNO PSICOLOGICO.

domenica 2 dicembre 2012

LA MORTE DEL CONIUGE


La morte del proprio compagno di vita, sia quando giunge all'improvviso sia quando è attesa da tempo, è una delle perdite più dolorose e dense di conseguenze che si possano sperimentare. La propria esistenza cambia completamente: nulla è come prima, ci si sente persi, impreparati e incapaci di cavarsela da soli, fragili, disorientati, disperati e spesso spaventati da ciò che avverrà successivamente. 
Ritrovarsi senza la persona con cui si è trascorsa una parte dell'esistenza, scambiato un sostegno affettivo, emotivo e fisico, condiviso esperienze, creato una famiglia, spesso fatto nascere dei figli, obbliga ad affrontare emozioni estremamente dolorose, a sostenere numerosi e inevitabili cambiamenti e a rinunciare alle speranze e alle aspettative per ciò che sarebbe stata la vita in compagnia della persona che si è perduta.
Non ci sono regole su come ci si dovrebbe sentire. Non esiste un modo giusto o sbagliato di piangere. Spesso chi resta può sentirsi in colpa per essere ancora vivo o arrabbiato con l’altro coniuge per averlo lasciato, oppure può provare invidia e rabbia verso chi non è toccato dal dolore del lutto o verso persone poco sensibili e attente nei propri confronti. Tali sentimenti sono normali. 
In seguito ad una perdita così grande si può provare un dolore sia fisico che emotivo. Le persone che sono in lutto spesso piangono facilmente e possono avere disturbi del sonno, scarso interesse per il cibo, problemi di concentrazione, difficoltà nel prendere decisioni.
In genere si vive il lutto in silenzio e in solitudine e può essere difficile manifestare i propri sentimenti di tristezza e di dolore di fronte agli altri membri della famiglia, anche loro in lutto.
Con l'inizio della vedovanza,inoltre, da un punto di vista puramente pratico, si devono affrontare una serie di compiti nuovi ed è normale sentirsi sopraffatti dal dover far fronte a tanti impegni urgenti, svolgere nuovi ruoli, ritrovandosi soli e senza l'abituale sostegno. Ad esempio è terribilmente gravoso per chi rimane diventare l'unica fonte di reddito per la famiglia, doversi occupare di questioni finanziarie o della gestione della casa, se non lo si era mai fatto in precedenza.
Molto spesso, specie se il coniuge scomparso era giovane, ci si trova a dover far fronte non solo alla propria sofferenza ma anche a quella dei figli.
La loro presenza è un conforto e una risorsa, ma ci si può sentire incapaci di cogliere pienamente le loro difficoltà, dedicare loro tutto il tempo di cui necessitano, sostenerli e provvedere ai loro bisogni. Ci si sente schiacciati dalla responsabilità di crescere dei figli da soli.
Le persone più anziane, che si ritrovano a vivere da sole, possono sperimentare un senso di grande fragilità e isolamento ed è anche comune che si sentano in pericolo e spaventate. 
In età avanzata diventa più difficile incontrare nuove persone, allacciare nuovi rapporti di amicizia e aprirsi agli altri. Sarebbe invece importante cercare di recuperare amicizie e contatti con i familiari in precedenza trascurati e con i vicini i casa, frequentare luoghi in cui è possibile incontrare persone, fare nuove conoscenze ed avere nuove opportunità.
Con la morte del coniuge si creano molti vuoti nella vita di chi resta, che col tempo si può cercare di colmare. Ciò non significa dimenticare la persona perduta. Alcune persone possono sentirsi meglio prima di quanto si aspettano. Altre hanno bisogno di più tempo per elaborare il lutto. Col passare del tempo, si può ancora sentire la perdita del coniuge, ma per la maggior parte delle persone, l'intenso dolore diminuirà. 
A questo punto è possibile cominciare a pensare di intraprendere cose nuove e allacciare nuovi legami, ricominciare a godere della vita, pur sentendo ancora viva dentro la mancanza della persona amata; inoltre il tempo necessario per sentirsi meglio non è una misura per valutare l'amore per la persona perduta.
Con il tempo la vita pur diversa da prima, torna a essere sopportabile e poi anche godibile.

Riuscire a convivere con il dolore e a superare la sofferenza di un lutto così grave come quello della perdita del coniuge, richiede tempo, energia e il desiderio di stare meglio.
È importante ricordarsi che ogni persona ha bisogno di un suo tempo specifico per riprendersi, diverso da quello di altre persone.
Tuttavia è bene cercare di non isolarsi dagli altri e dalla vita in generale.
Se il pensiero di reagire sembra inaccettabile, bisogna cercare di andare avanti al meglio possibile.
E’ fondamentale non rifuggire e contrastare le emozioni che si vivono, ma prenderle in considerazione per riconoscerle e renderle dicibili prima a se stessi e poi agli altri: in questo modo diventa pian piano possibile mutare il rapporto con le proprie emozioni e non esserne totalmente invasi.
È inoltre importante cercare di non trascurare la normale quotidianità come ad esempio preparare i pasti, riposare, seguire i figli, riprendere il proprio lavoro, vedere qualche persona che può condividere e comprendere la fatica e il dolore che si sta vivendo.
Nei primi tempi del lutto è normale e frequente che le persone sentano di non aver più voglia di vivere, che non riescano a riprendere le normali attività quotidiane, che si sentano avvilite, spaventate e depresse e talvolta, può capitare, che pensino persino al suicidio.
Per alcune persone, il dolore causato dalla perdita può andare avanti così a lungo da diventare malsano. Questo può essere un segno di grave depressione e ansia. Se questi vissuti permangono nel tempo ed impediscono di portare avanti le normali attività della vita quotidiana, è importante rivolgersi ad uno psicologo.
                                                     Dott.ssa Rita Manzo

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sabato 13 ottobre 2012

IL LUTTO PERINATALE: Perdere un figlio vicino alla nascita

Il lutto perinatale è per i genitori un’esperienza di intenso dolore e sofferenza per la perdita di un figlio atteso e perso durante la gravidanza o al momento del parto o nel periodo immediatamente vicino alla nascita. E’ un evento che, soprattutto nei primi tempi, lascia nella coppia un senso di vuoto e un dolore profondo che sembra impossibile da superare. 
Purtroppo però ancora oggi nella nostra società non sempre questo dolore viene riconosciuto , non ci sono rituali appropriati, non si fanno condoglianze e c’è la tendenza a voler consolare la coppia minimizzando l’accaduto con frasi inopportune della serie “Non preoccupatevi ne farete presto altri!”, che non corrispondono per nulla ai vissuti ed ai bisogni dei genitoriLa morte perinatale può avere sui genitori delle conseguenze sia sul benessere fisico che psicologico e rappresenta una vera e propria esperienza luttuosa.
La reazione alla perdita è strettamente correlata con il tempo di gestazione, con il livello di attaccamento al momento della perdita, con il modo in cui è avvenuta la morte e con le perdite subite in precedenza. 
Il vissuto di maternità e paternità si modifica col trascorrere del tempo, rafforzando di conseguenza la profondità del legame fra i genitori ed il bambino, costruendo ed alimentando sempre più quelle che sono le attese riversate sulla nuova vita. Più aumenta il tempo di gestazione e più i genitori cominciano inevitabilmente a fantasticare sul futuro del loro bambino, creando una serie di aspettative su come sarà. 
Dunque scoprire di aver perso il proprio bambino a poche settimane, giorni o istanti dalla nascita può essere emotivamente devastante. La  mamma che perde un figlio viene pervasa da molte emozioni quali disorientamento, dolore, senso di vuoto, tristezza, collera, infinito senso di solitudine e di fallimento, incapacità di pensare al futuro, di reagire. 
Queste sono delle reazioni normali, di norma perdurano per alcuni mesi e potrebbero riapparire con intermittenza nel corso del tempo.
Ci sono donne che non si prendono il tempo necessario per elaborare adeguatamente la perdita subita tentando subito una nuova gravidanza, nonostante la mancata elaborazione del lutto possa proiettare ansie e vissuti sul nuovo nascituro, che rischia di diventare un sostituto del bimbo perso.

Come superare il trauma del lutto perinatale?
È fondamentale accogliere il dolore che si sta provando e prendersi tutto il tempo necessario per rielaborare il lutto che si è vissuto, senza avere fretta. 
Il dolore è un passaggio obbligato e direi necessario ai fini della guarigione, c’è bisogno di tempo per rimarginare le ferite
Inoltre è fondamentale non chiudersi in se stessi e condividere il dolore con le persone vicine. 
L’ideale sarebbe confrontarsi con chi ha già vissuto la stessa esperienza, in modo da poter esternare liberamente i propri sentimenti e le proprie paure.
E' molto importante che la coppia rimanga unita durante i mesi successivi; comunicazione, comprensione e tolleranza sono ingredienti indispensabili per affrontare questa forte esperienza. 

E’ importante creare degli spazi in cui poter ricordare il piccolo, anche semplicemente conservando alcune fotografie, o tenendo un diario con i ricordi, le immagini dell'ecografia, le emozioni per il piccolo, soprattutto se non si ha avuto la possibilità di poterlo vedere o toccare. Sarebbe deleterio per la coppia chiudersi nel proprio dolore, evitare di parlare dei propri sentimenti, delle sensazioni e stati d’animo che seguono l’evento luttuoso, oppure cercare di nascondere gli oggetti che potrebbero ricordare il piccolo, negando quindi la sua esistenza. 
In genere è necessario far passare un periodo di tempo adeguato (almeno 6-12 mesi) prima di riprovare ad avere una nuova gravidanza in quanto se non si lascia passare un ragionevole periodo di tempo la mamma rischierà di vivere con distacco emotivo la nuova gravidanza nella paura che anche questa possa non andare a buon fine, oppure potrebbe sentire forte il senso di colpa per la paura di dimenticare o rinnegare in questo modo il precedente bambino. 
Un’adeguata elaborazione del lutto consentirà ai genitori di pensare al bimbo perduto non più solo con dolore ma con tenerezza e nostalgia ed affrontare una nuova gravidanza in serenità, senza sensi di colpa e col giusto coinvolgimento emotivo. Nei casi in cui il dolore sia troppo grande ed abbia delle ripercussioni su più aspetti della vita di coppia, può essere di grande aiuto un sostegno  psicologico per favorire un’adeguata elaborazione del lutto ed una sana riapertura alla vita.
                                     Dott.ssa Rita Manzo
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sabato 6 ottobre 2012

DERMATILLOMANIA: Aiuto non riesco a smettere di schiacciarmi i brufoli!


La dermatillomania, nota anche come  “compulsive skin-picking” (CSP) è un disturbo del controllo degli impulsi caratterizzato dal bisogno di stuzzicarsi, toccarsi, strofinarsi, tormentarsi, graffiarsi, o incidersi la pelle del viso o del corpo, spesso nel tentativo di eliminare piccole irregolarità o imperfezioni cutanee reali o immaginarie (ad es. brufoli, punti neri, croste, pelle morta, piaghe, ma anche lentiggini e nei). In alcuni casi il paziente tormenta una zona cutanea perfettamente normale dove intravede un difetto che nessun altro può osservare. L'azione di stuzzicasi la pelle può essere eseguita con dita, unghie, pinzette, denti, aghi, o con qualsiasi altro strumento.
Il viso è solitamente la zona più colpita, anche se tutte le altre parti del corpo possono essere coinvolte, in particolare le zone facilmente raggiungibili dal soggetto, come braccia, mani, cuoio capelluto, gambe, piedi ecc. .
La dermatillomania può esordire a qualsiasi età, dalla pre-adolescenza alla vecchiaia, con una maggiore incidenza nelle donne. 
Può durare mesi o anni e può avere una maggiore o minore intensità.
Alcuni soggetti riferiscono l’esordio durante o subito dopo un evento molto stressante accaduto nella loro vita.
I precursori emotivi della dermatillomania sono l’ansia, la paura, l’eccitazione o la noia. 
Di solito un episodio di dermatillomania è caratterizzato da un aumento della tensione emotiva, talvolta accompagnata da prurito, formicolio, bruciore, e da una incontrollabile urgenza di stuzzicarsi la pelle.
Spesso il comportamento sintomatico viene messo in atto in un stato di trance ed ha un effetto auto-calmante. 
Nei casi più gravi il soggetto può trascorrere diverse ore al giorno davanti allo specchio ad esaminare da vicino il suo volto alla ricerca di imperfezioni, ad effettuare operazioni legate al tentativo di rimuoverle per raggiungere la perfezione. 
Il problema è che dopo aver torturato la pelle per un certo periodo di tempo il soggetto ha un aspetto peggiore rispetto a quello che aveva in precedenza. Nonostante in seguito al comportamento sintomatico il soggetto manifesti un sollievo dalla tensione, questo comportamento è quasi sempre seguito da un senso di colpa, vergogna e rammarico per i danni arrecati alla pelle. 
Questa pratica che il soggetto mette in atto, spesso quotidianamente, diventa patologica quando assume il carattere di una compulsione, cioè quando il soggetto non riesce ad esimersi dal mettere in atto il comportamento sintomatico, quando è ripetuto nel tempo, con una intensità sempre maggiore, e dunque quando inizia a causare alterazioni cutanee evidenti e/o permanenti quali cicatrici, ecchimosi, sanguinamenti e nei casi più gravi importanti danni ai tessuti e vere e proprie deturpazioni. 
In questi casi la dermatillomania ha anche delle conseguenze sociali, relazionali, lavorative. 
Solitamente i soggetti che hanno questo disturbo tentano di camuffare il danno causato alla loro pelle usando il trucco o indossando abiti che coprano i segni, ma se questa operazione non risulta sufficiente essi possono cominciare ad evitare attività come andare in piscina, in palestra, uscire con gli amici, per la vergogna di mostrare i segni causati alla pelle, oppure accumulare ritardi o assenza al lavoro. In questi casi in cui il disturbo ha delle ripercussioni sulla vita quotidiana, è opportuno chiedere un aiuto psicologico per sviluppare un programma personalizzato di cura, andando ad individuare i fattori specifici, interiori o situazionali, scatenanti il comportamento sintomatico, per poi aiutare il paziente ad imparare a riconoscere i segnali, a trovare strategie alternative di fronteggiamento e prevenire i comportamenti distruttivi prima ancora di metterli in atto.
                                                            
                                                     Dott.ssa Rita Manzo


mercoledì 29 agosto 2012

GERASCOFOBIA – PAURA DI INVECCHIARE

La gerascofobia è definita come la paura persistente, anormale e ingiustificata di invecchiare e di solito porta una grande infelicità a chi la vive. 
Ci sono persone che non accettano con facilità  il passare del tempo vivendo ogni compleanno come un tormento. Ciò accade soprattutto dopo una certa età, generalmente dopo i 50. 
La gerascofobia non si presenta in qualsiasi soggetto, ma ha a che fare con l'evoluzione della persona che ne soffre, con la sua storia di vita. 
I fattori direttamente associati a questo disordine sono: l'esistenza di altre fobie, timori o ansie, la mancanza di realizzazione personale o di adempimento degli obiettivi di vita e le circostanze socio-economiche 
Le persone che manifestano questo disturbo sono contraddistinte da tratti di personalità  ansiosi, isterici o narcisisti e spesso danno una eccessiva enfasi ai beni materiali. Temono il futuro, non riescono a tollerare l’idea di dover far fronte alla perdita della bellezza, della giovinezza, del potere, della seduzione e della ricchezza, tutto ciò rappresenta per loro una fonte di angoscia e di sofferenza. Ma la paura di invecchiare non è legata solo all'estetica, l'angoscia è generalizzabile alla perdita delle capacità intellettuali e fisiche in generale. 
L'età porta inevitabilmente alcune perdite, dal punto di vista dell'immagine, ma anche per il suo potere sociale, relazionale e intellettuale.  
La gerascofobia genera l’ansia di essere lasciati soli in vecchiaia, senza risorse e incapaci di prendersi cura di se stessi  e di dover fare affidamento su altri per svolgere le normali funzioni quotidiane. Si teme anche di perdere un ruolo attivo nella società. 
Come altre fobie, questo disturbo può portare a sintomi concreti, come la mancanza di respiro, vertigini, sudorazione eccessiva, secchezza delle fauci, tremore, palpitazioni, difficoltà a pensare o parlare in modo chiaro, depersonalizzazione (sensazione di essere fuori dal mondo) o attacco di panico. 
Questa è una fobia che può interessare le persone che sono in buona salute dal punto di vista fisico, finanziario, ecc. 
Sono persone in grado di spendere fortune per i prodotti senza il quale "non si può vivere", praticano esercizio fisico eccessivo e prestano un’attenzione abnorme alle regole alimentari, alla scelta del cibo e alle sue caratteristiche, tendono a contrastare i segni del tempo tingendosi i capelli, ricorrendo alla chirurgia estetica, a creme e trucchi costosi. 
Tendono ad instaurare relazioni d'amore con persone molto più giovani, perché in qualche modo, la capacità di conquistare qualcuno significativamente più giovane dà loro un senso di potere. 
Per alcuni questa esigenza viene compensata adottando un comportamento tipico di una persona più giovane, come l'acquisto di una moto dopo i 50 anni, che permette al soggetto di auto-ingannarsi sulla sua vera età e quindi di ridurre i livelli di stress e ansia.
Le persone che percepiscono la vecchiaia come una fase da evitare tendono ad ignorare gli aspetti positivi di questo passaggio e a focalizzarsi su quelli negativi. 
La spiritualità, la trasmissione di conoscenze ed esperienze alle giovani generazioni o la capacità di gestire il tempo più agevolmente sono elementi positivi che non vengono presi in considerazione da chi presenta tale fobia. Può essere utile in questi soggetti, al fine di un invecchiamento emotivamente sano, mantenersi attivi a livello sociale ed intellettuale. 
Se questo disturbo perdura nel tempo, o è così intenso da non permetterne l’elaborazione, rivolgersi ad un psicologo può essere una soluzione efficace per un’adeguata gestione del problema.
                                              Tutto è Vanità, illustrazione di Charles Allan Gilbert.                                   

          Dott.ssa Rita manzo             

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martedì 14 agosto 2012

DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS (DPTS)

Terremoto in Giappone
Il disturbo post-traumatico da stress insorge in seguito ad un evento traumatico di forte impatto emotivo.
Chi è colpito da tale disturbo rivive persistentemente l’evento traumatico attraverso sogni spiacevoli, incubi, flashback, o attraverso l’esposizione a fattori esterni che hanno attinenza o somiglianza all’evento traumatico.

I criteri diagnostici per il Disturbo Post-traumatico da stress secondo il DSM-IV-TR sono i seguenti:
  1. La persona è stata esposta ad un evento traumatico nel quale erano presenti entrambe le caratteristiche seguenti:
    1. la persona ha vissuto, ha assistito o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri
    2. la risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore. Nota: Nei bambini questo può essere espresso con comportamento disorganizzato o agitato.
  2. L’evento traumatico viene rivissuto persistentemente in uno (o più) dei seguenti modi:
    1. ricordi spiacevoli ricorrenti e intrusivi dell’evento, che comprendono immagini, pensieri, o percezioni. Nota: Nei bambini piccoli si possono manifestare giochi ripetitivi in cui vengono espressi temi o aspetti riguardanti il trauma
    2. sogni spiacevoli ricorrenti dell’evento. Nota: Nei bambini possono essere presenti sogni spaventosi senza un contenuto riconoscibile
    3. agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando (ciò include sensazioni di rivivere l’esperienza, illusioni, allucinazioni, ed episodi dissociativi di flashback, compresi quelli che si manifestano al risveglio o in stato di intossicazione). Nota: Nei bambini piccoli possono manifestarsi rappresentazioni ripetitive specifiche del trauma
    4. disagio psicologico intenso all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico
    5. reattività fisiologica o esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
  1. Evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività generale (non presenti prima del trauma), come indicato da tre (o più) dei seguenti elementi:
    1. sforzi per evitare pensieri, sensazioni o conversazioni associate con il trauma
    2. sforzi per evitare attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma
    3. incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma
    4. riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative
    5. sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri
    6. affettività ridotta (per es., incapacità di provare sentimenti di amore)
    7. sentimenti di diminuzione delle prospettive future (per es. aspettarsi di non poter avere una carriera, un matrimonio o dei figli o una normale durata della vita).
  1. Sintomi persistenti di aumentato arousal (non presenti prima del trauma), come indicato da almeno due dei seguenti elementi:
    1. difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno
    2. irritabilità o scoppi di collera
    3. difficoltà a concentrarsi
    4. ipervigilanza
    5. esagerate risposte di allarme.
  1. La durata del disturbo (sintomi ai Criteri B, C e D) è superiore a 1 mese.
  2. Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.
Specificare se il DPTS è:
  • Acuto: la durata dei sintomi è inferiore a 3 mesi
  • Cronico: la durata dei sintomi è 3 mesi o più.
Specificare se è:
     Ad esordio ritardato: l’esordio dei sintomi avviene almeno 6 mesi dopo l’evento stressante.
Gli eventi che possono causare un DPTS comprendono:
·         Guerre
·         Stupri
·         Disastri naturali
·         Rapimenti
·         Aggressioni fisiche
·         Procedure mediche (specialmente nei bambini)
·         L’improvvisa morte di una persona cara
·         Incidenti stradali
·         Abusi sessuali
·         Attacchi terroristici
·         Attacchi o rivolte di massa
·         Scene di violenza
·         Omicidi e ferimenti

I soggetti con Disturbo Post Traumatico da Stress spesso reagiscono al trauma o attraverso un aumento delle reazioni di allarme e di controllo della realtà, o attraverso un apparente “spegnimento” del meccanismo di percezione degli stimoli di pericolo e delle emozioni in genere.

Gli individui con DPTS descrivono spesso dolorosi sentimenti di colpa per il fatto di essere sopravvissuti a differenza degli altri o per ciò che hanno dovuto fare per sopravvivere, spesso hanno anche la convinzione di aver fatto qualcosa di sbagliato che ha contribuito a produrre la disgrazia. Tali convinzioni sono alla base dell’insorgenza di sensi di colpa, depressione, disadattamento e sfiducia nei confronti di sé.
Affinchè il trattamento dei soggetti con DPTS sia efficace  è fondamentale la creazione di un’alleanza terapeutica solida e sicura tra terapeuta e paziente. La negoziazione della fiducia è il primo compito della terapia. Solo dopo aver creato un’alleanza di lavoro è possibile procedere alla riduzione dei sintomi, all’analisi e modificazione delle difese nei confronti delle percezioni di sé dolorose e alla guarigione o all’integrazione delle ferite del sé. 



Bibliografia:
American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana, Masson, Milano.

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mercoledì 1 agosto 2012

BULIMIA NERVOSA

La bulimia è un disturbo  del comportamento alimentare  caratterizzato da episodi in cui la persona ingurgita una quantità di cibo esorbitante per poi ricorrere a diversi metodi per non metabolizzarlo e, quindi, per evitare di ingrassare (vomito autoindotto, utilizzo di lassativi, purghe, digiuni e intenso esercizio fisico). Tutto ciò è connesso a una spiacevole sensazione di non essere capace di controllare il proprio comportamento. L'episodio bulimico è caratterizzato dall'atteggiamento compulsivo con cui il cibo è ingerito e non dal desiderio di mangiare un determinato alimento. L'età d'esordio è indicativamente compresa fra i 12 e i 25 anni e colpisce prevalentemente soggetti di sesso femminile.

CRITERI DIAGNOSTICI
Nel DSM-IV vengono descritti i criteri diagnostici clinici che consentono di porre diagnosi di bulimia. Secondo il DSM-IV la diagnosi si effettua in presenza dei seguenti criteri:
  1. Ricorrenti abbuffate. Un’abbuffata è caratterizzata da entrambi i seguenti:
  • mangiare in un definito periodo di tempo (ad es. un periodo di due ore), una quantità di cibo significativamente maggiore di quello che la maggior parte delle persone mangerebbe nello stesso tempo ed in circostanze simili. 
  • sensazione di perdere il controllo durante l'episodio (ad es. sensazione di non riuscire a smettere di mangiare o a controllare cosa e quanto si sta mangiando).

  1. Ricorrenti ed inappropriate condotte compensatorie per prevenire l'aumento di peso, come vomito autoindotto, abuso di lassativi, diuretici, enteroclismi o altri farmaci, digiuno o esercizio fisico eccessivo.
  2. Le abbuffate e le condotte compensatorie si verificano entrambe in media almeno due volte alla settimana, per tre mesi.
  3. I livelli di autostima sono indebitamente influenzati dalla forma e dal peso corporeo.
  4. L'alterazione non si manifesta esclusivamente nel corso di episodi di Anoressia Nervosa.
SOTTOTIPI BULIMIA
Il DSM-IV specifica due sottotipi di bulimia:
  • Con Condotte di Eliminazione: nell'episodio attuale di Bulimia Nervosa il soggetto ha presentato regolarmente vomito autoindotto o uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi.

  • Senza Condotte di Eliminazione: nell'episodio attuale il soggetto ha utilizzato regolarmente altri comportamenti compensatori inappropriati, quali il digiuno o l'esercizio fisico eccessivo, ma non si dedica regolarmente al vomito autoindotto o all'uso inappropriato di lassativi, diuretici o enteroclismi.
COME SI MANIFESTA IL DISTURBO
Le maggiori problematiche che caratterizzano i disturbi del comportamento alimentare sono l’importanza assegnata al cibo ed al proprio peso con priorità su tutti gli altri problemi personali. I sintomi primari della bulimia sono una costante ossessione nel tenere sotto controllo il peso ed il cibo. Le persone affette da bulimia nervosa spesso mancano di autocontrollo durante le ricorrenti abbuffate. 
sempre divorano i pasti in segreto e con poca masticazione. Tendono a prediligere i dolci, cibi ipercalorici e con una consistenza che ne faciliti l’ingestione in breve tempo. Al termine dell’abbuffata spesso manifestano dolori di ventre accompagnati da un senso di colpa che porta il soggetto ad adottare condotte compensatorie liberandosi dall’eccesso di calorie frequentemente attraverso il vomito o attraverso altre tecniche di espulsione. L’erosione dello smalto dei denti (dovuto all’acido del vomito) e l’abrasione del dorso delle mani ( causato dalla ripetuta introduzione delle dita nella gola) sono indicatori comuni della tendenza a procurarsi il vomito.  
I bulimici possono anche soffrire di irregolarità nei cicli mestruali e di una diminuzione dell’attività sessuale.  I soggetti sono solitamente normopeso, nonostante qualche variazione, ed è proprio per questo che risulta difficile accorgersi dell’insorgere della patologia. Il mangiare smodato e il purgarsi o il vomitare viene spesso fatto in segreto e può essere facilmente tenuto nascosto da una persona con un peso nella norma che si vergogna del proprio comportamento.

LE CAUSE DELLA BULIMIA
Le cause della bulimia sono multifattoriali. Esistono dei motivi predisponenti di natura sia biologica sia sociale sia psicologica, ai quali si sovrappongono dei fattori scatenanti che portano allo sviluppo della malattia. Come per l’anoressia nervosa, i comportamenti associati alla bulimia consentono un temporaneo sollievo dalle tensioni e permettono ai malati di allontanare la loro attenzione da altre problematiche percepite come irrisolvibili, concentrandosi invece sui problemi del peso e del cibo. 

INTERVENTO TERAPEUTICO
In genere la prognosi dei pazienti bulimici è maggiormente favorevole rispetto all’anoressia nervosa. Nel caso della bulimia inoltre appare più semplice l’instaurazione dell’alleanza terapeutica, indispensabile per eseguire l’intervento, e maggiore la consapevolezza del proprio disturbo e la motivazione al trattamento terapeutico. Un trattamento consigliato per la bulimia è la terapia sistemico-relazionale che tende a considerare i diversi aspetti del contesto in cui il paziente è inserito, in quanto lavorare insieme a tutti componenti della famiglia può rivelarsi di grande utilità. Qualora non ci fosse la disponibilità della famiglia può essere utilizzata una terapia di gruppo. La terapia aiuta la persona a demarcare più chiaramente i propri confini personali attraverso un processo finalizzato al recupero di una sana autostima e valorizzazione delle proprie risorse. 
                                          Dott.ssa Rita Manzo
                                                         
PER FARE IL TEST SULLA BULIMIA CLICCA QUILo trovi nella sezione Scale di Autovalutazione per i Disturbi dell'Alimentazione

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