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SALVE, SONO LA DOTT.SSA RITA MANZO, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA SISTEMICO-RELAZIONALE. RICEVO TUTTI I GIORNI PREVIO APPUNTAMENTO TELEFONICO AL NUMERO 3333072104. LO STUDIO SI TROVA A CALVI RISORTA (CE), IN VIA GUGLIELMO MARCONI N.30. SI HA LA POSSIBILITA' DI USUFRUIRE DELLA TERAPIA PSICOLOGICA ANCHE IN MODALITA' ONLINE. SERVIZI OFFERTI: PSICOTERAPIA INDIVIDUALE, DI COPPIA E FAMILIARE, CONSULENZA E SOSTEGNO PSICOLOGICO.
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martedì 7 giugno 2016

AIUTO, COME DICO A MIO FIGLIO CHE CI STIAMO SEPARANDO?


La separazione è un evento molto doloroso ed estremamente delicato che desta ancora più angoscia e preoccupazioni quando si hanno dei figli. La paura più grande per i genitori è quella di turbarli con la notizia della separazione, di rompere il loro equilibrio interiore, lasciando delle ferite che non si rimargineranno mai. Sempre più spesso ricevo allo studio uno o entrambi i genitori che mi chiedono quale sia il modo migliore per affrontare l’argomento con i propri figli e quando sia il momento giusto per parlare con loro della separazione al fine di rendere la notizia “accettabile” ed evitare di traumatizzarli. Affrontare l’argomento nel modo giusto con i propri bambini non garantisce che essi non subiranno un trauma, ma ne riduce sicuramente le probabilità; ci tengo anche a precisare che non necessariamente la separazione rappresenta un evento traumatico per i bambini, spesso essi vengono infatti danneggiati più da famiglie “unite” in conflitto tra loro, che da famiglie “separate”.




Quando parlare della separazione ai figli?
E’ fondamentale che la decisione della separazione venga comunicata ai bambini solo quando si è effettivamente sicuri di tale scelta per evitare di destabilizzare i bambini comunicandogli una cosa e poi facendo tutt’altro. Dunque, fino a quando si è ancora nella fase di provare a recuperare il rapporto e non si è ancora sicuri che la separazione sia la scelta giusta da prendere è bene mantenere la massima riservatezza. E’ bene scegliere un momento della giornata in cui il bambino è calmo e sereno per renderlo emotivamente più predisposto ad elaborare le parole di mamma e papà.



Come parlare della separazione ai figli?
E’ importante che la coppia genitoriale concordi insieme cosa dire ai figli e quale sia il modo e il momento giusto per farlo. L’annuncio inoltre va fatto nel modo più sereno possibile, evitando recriminazioni, rancori, offese, screzi reciproci davanti ai figli. Se tutto ciò non è possibile è bene rivolgersi ad uno psicologo, o uno psicoterapeuta sistemico-relazionale che possa aiutare la coppia a gestire le difficoltà, raggiungere un punto d’incontro e a trattare l’evento con i figli con maggiore serenità.
Per rendere il discorso comprensibile è bene utilizzare parole adeguate all’età del bambino. I genitori devono spiegare ai propri figli che pur volendosi bene non vanno più d’accordo e, per capirsi e andare d’accordo, hanno necessità di vivere in due case separate. Va spiegato ai figli che l’amore tra due persone adulte talvolta non dura per sempre, a volte si trasforma. Lo scopo di tale discorso è quello di annullare la fantasia del bambino che ciò che sta accadendo sia colpa sua. I figli vanno sempre rassicurati sul fatto che l’affetto che si prova per loro rimarrà invariato e che essi potranno sempre contare su entrambi i genitori. Bisogna essere in sintonia con le loro emozioni, ascoltarli con attenzione, riconoscendo e accettando i loro sentimenti, rispondere alle loro domande e ai loro dubbi in modo appropriato, riducendo così il rischio di traumi. E’ necessario che i genitori utilizzino strategie che gli consentano di rimanere in contatto emotivo con i loro bambini nei giorni e nelle settimane successive seguenti il racconto.

Quali sono gli errori gravi assolutamente da evitare?
Spesso le angosce del bambino non dipendono tanto dalla separazione in sé quanto piuttosto dal modo in cui i genitori gestiscono la separazione. Le cose che assolutamente bisogna evitare sono:
-litigare in presenza dei figli,
-screditare l’altro genitore,
-mettere in discussione il valore dell’altro genitore,
-tentare di tirare il bambino dalla propria parte, magari corrompendolo con regali, per cercare di fargli prendere le distanze dall’altro genitore
-ricattare il bambino quando va via con l’altro genitore,
-raccontare al bambino di tradimenti o altri torti subiti da parte dell’altro genitore.
Tali  pressioni psicologiche vengono vissute dal bambino come una violenza. Per preservare la sua integrità è necessario fare in modo che egli non risenta troppo della nuova condizione familiare. Pertanto è necessario tra genitori mantenere un atteggiamento quanto più possibile cordiale, parlarsi con tono gentile, cooperare e relazionarsi in maniera civile e serena per il bene del bambino.


Se sei un genitore o una coppia che sta attraversando questa fase e vuoi saperne di più o hai bisogno di una consulenza puoi contattarmi al numero 3333072104.

Dott.ssa Rita Manzo

martedì 14 agosto 2012

DISTURBO POST-TRAUMATICO DA STRESS (DPTS)

Terremoto in Giappone
Il disturbo post-traumatico da stress insorge in seguito ad un evento traumatico di forte impatto emotivo.
Chi è colpito da tale disturbo rivive persistentemente l’evento traumatico attraverso sogni spiacevoli, incubi, flashback, o attraverso l’esposizione a fattori esterni che hanno attinenza o somiglianza all’evento traumatico.

I criteri diagnostici per il Disturbo Post-traumatico da stress secondo il DSM-IV-TR sono i seguenti:
  1. La persona è stata esposta ad un evento traumatico nel quale erano presenti entrambe le caratteristiche seguenti:
    1. la persona ha vissuto, ha assistito o si è confrontata con un evento o con eventi che hanno implicato morte, o minaccia di morte, o gravi lesioni, o una minaccia all’integrità fisica propria o di altri
    2. la risposta della persona comprendeva paura intensa, sentimenti di impotenza, o di orrore. Nota: Nei bambini questo può essere espresso con comportamento disorganizzato o agitato.
  2. L’evento traumatico viene rivissuto persistentemente in uno (o più) dei seguenti modi:
    1. ricordi spiacevoli ricorrenti e intrusivi dell’evento, che comprendono immagini, pensieri, o percezioni. Nota: Nei bambini piccoli si possono manifestare giochi ripetitivi in cui vengono espressi temi o aspetti riguardanti il trauma
    2. sogni spiacevoli ricorrenti dell’evento. Nota: Nei bambini possono essere presenti sogni spaventosi senza un contenuto riconoscibile
    3. agire o sentire come se l’evento traumatico si stesse ripresentando (ciò include sensazioni di rivivere l’esperienza, illusioni, allucinazioni, ed episodi dissociativi di flashback, compresi quelli che si manifestano al risveglio o in stato di intossicazione). Nota: Nei bambini piccoli possono manifestarsi rappresentazioni ripetitive specifiche del trauma
    4. disagio psicologico intenso all’esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico
    5. reattività fisiologica o esposizione a fattori scatenanti interni o esterni che simbolizzano o assomigliano a qualche aspetto dell’evento traumatico.
  1. Evitamento persistente degli stimoli associati con il trauma e attenuazione della reattività generale (non presenti prima del trauma), come indicato da tre (o più) dei seguenti elementi:
    1. sforzi per evitare pensieri, sensazioni o conversazioni associate con il trauma
    2. sforzi per evitare attività, luoghi o persone che evocano ricordi del trauma
    3. incapacità di ricordare qualche aspetto importante del trauma
    4. riduzione marcata dell’interesse o della partecipazione ad attività significative
    5. sentimenti di distacco o di estraneità verso gli altri
    6. affettività ridotta (per es., incapacità di provare sentimenti di amore)
    7. sentimenti di diminuzione delle prospettive future (per es. aspettarsi di non poter avere una carriera, un matrimonio o dei figli o una normale durata della vita).
  1. Sintomi persistenti di aumentato arousal (non presenti prima del trauma), come indicato da almeno due dei seguenti elementi:
    1. difficoltà ad addormentarsi o a mantenere il sonno
    2. irritabilità o scoppi di collera
    3. difficoltà a concentrarsi
    4. ipervigilanza
    5. esagerate risposte di allarme.
  1. La durata del disturbo (sintomi ai Criteri B, C e D) è superiore a 1 mese.
  2. Il disturbo causa disagio clinicamente significativo o menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo o di altre aree importanti.
Specificare se il DPTS è:
  • Acuto: la durata dei sintomi è inferiore a 3 mesi
  • Cronico: la durata dei sintomi è 3 mesi o più.
Specificare se è:
     Ad esordio ritardato: l’esordio dei sintomi avviene almeno 6 mesi dopo l’evento stressante.
Gli eventi che possono causare un DPTS comprendono:
·         Guerre
·         Stupri
·         Disastri naturali
·         Rapimenti
·         Aggressioni fisiche
·         Procedure mediche (specialmente nei bambini)
·         L’improvvisa morte di una persona cara
·         Incidenti stradali
·         Abusi sessuali
·         Attacchi terroristici
·         Attacchi o rivolte di massa
·         Scene di violenza
·         Omicidi e ferimenti

I soggetti con Disturbo Post Traumatico da Stress spesso reagiscono al trauma o attraverso un aumento delle reazioni di allarme e di controllo della realtà, o attraverso un apparente “spegnimento” del meccanismo di percezione degli stimoli di pericolo e delle emozioni in genere.

Gli individui con DPTS descrivono spesso dolorosi sentimenti di colpa per il fatto di essere sopravvissuti a differenza degli altri o per ciò che hanno dovuto fare per sopravvivere, spesso hanno anche la convinzione di aver fatto qualcosa di sbagliato che ha contribuito a produrre la disgrazia. Tali convinzioni sono alla base dell’insorgenza di sensi di colpa, depressione, disadattamento e sfiducia nei confronti di sé.
Affinchè il trattamento dei soggetti con DPTS sia efficace  è fondamentale la creazione di un’alleanza terapeutica solida e sicura tra terapeuta e paziente. La negoziazione della fiducia è il primo compito della terapia. Solo dopo aver creato un’alleanza di lavoro è possibile procedere alla riduzione dei sintomi, all’analisi e modificazione delle difese nei confronti delle percezioni di sé dolorose e alla guarigione o all’integrazione delle ferite del sé. 



Bibliografia:
American Psychiatric Association (2000). DSM-IV-TR Diagnostic and Statistical Manual of Mental Disorders, Fourth Edition, Text Revision. Edizione Italiana, Masson, Milano.

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