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SALVE, SONO LA DOTT.SSA RITA MANZO, PSICOLOGA E PSICOTERAPEUTA SISTEMICO-RELAZIONALE. RICEVO TUTTI I GIORNI PREVIO APPUNTAMENTO TELEFONICO AL NUMERO 3333072104. LO STUDIO SI TROVA A CALVI RISORTA (CE), IN VIA GUGLIELMO MARCONI N.30. SI HA LA POSSIBILITA' DI USUFRUIRE DELLA TERAPIA PSICOLOGICA ANCHE IN MODALITA' ONLINE. SERVIZI OFFERTI: PSICOTERAPIA INDIVIDUALE, DI COPPIA E FAMILIARE, CONSULENZA E SOSTEGNO PSICOLOGICO.

giovedì 4 aprile 2013

IPOCONDRIA: CAUSE E TRATTAMENTO

CAUSE DELL’IPOCONDRIA
L’ipocondria, ovvero la preoccupazione legata alla paura di avere una malattia grave in seguito ad una erronea interpretazione di sintomi somatici, può essere determinata da varie cause:
- fattori psico-sociali stressanti, come ad esempio la malattia (soprattutto  tumore o patologie cardiache o cerebrali) e/o la morte di una persona vicina al paziente, che gli fa temere che la stessa cosa accada anche a lui.
- eccessiva preoccupazione da parte dei familiari per la salute del paziente fin dalla prima infanzia, generando in quest’ultimo un’immagine mentale di sé come persona debole e soggetta a problemi di salute, e la paura costante che nel proprio corpo qualcosa non funzioni a dovere.
- presenza di angoscia che la psiche della persona non è in grado di elaborare sul piano mentale, e che sposta quindi sul piano corporeo per renderla gestibile con modalità concrete. In sostanza in presenza di situazioni stressanti e sgradevoli, il soggetto manifesta le proprie emozioni attraverso il corpo, con sintomi fisici quali cefalea, gastrite, colite che prendono il posto di emozioni come la rabbia e il dolore. Questi sono sintomi fastidiosi e persistenti che non hanno ovviamente cause mediche ma che preoccupano molto chi ne è colpito, generando in lui l’idea di avere una patologia grave.

LE SOLUZIONI TENTATE DAI PAZIENTI
                    

I soggetti ipocondriaci mettono in atto una serie di comportamenti atti ad alleviare le proprie sofferenze e paure. Tra questi, innanzitutto la ricerca costante di rassicurazione da parte soprattutto di medici, familiari ed amici; ma anche il continuo controllo di eventuali segnali inviati dal proprio corpo. Questi comportamenti tendono a ripetersi e perpetuarsi nel tempo perché, nel breve termine, riducono l’ansia del soggetto. Nel lungo periodo, però, tali comportamenti risultano essere disadattavi mantenendo in vita il disturbo per vari motivi:
- Più tempo il soggetto passa discutendo della propria salute, maggiore è la quantità di informazioni che raccoglierà circa eventuali condizioni mediche gravi e, di conseguenza, maggiore sarà la sua preoccupazione. Ad aggravare la situazione di chi presenta questo disturbo oggi, è la possibilità di ottenere notizie e consulenze on-line, mediante internet, ciò offre a queste persone un’ulteriore formidabile opportunità di consultare in tempo reale specialisti on line.
- Più i soggetti ipocondriaci chiedono aiuto e rassicurazione agli altri significativi e più rinforzano l’idea di sé stessi come persone deboli, vulnerabili, fragili e bisognose degli altri.
- Chiedere rassicurazione ai propri medici circa l’essere o meno affetti da una determinata patologia, espone a maggiore rischio di subire procedure diagnostiche, spesso non necessarie, che acutizzano l’ansia. E’ evidente che ogni intervento medico, che sia  diagnostico o farmacologico, conferma lo stato di presunta malattia del soggetto, funzionando così da ulteriore tentata soluzione che invece di risolvere , complica ulteriormente il problema.
- Non poter dare al paziente l’assoluta certezza dell’assenza del disturbo lascia al paziente spazio per dubitare dell’accuratezza della diagnosi medica. L’impossibilità di ottenere una diagnosi sicura al 100% non fa altro che alimentare la necessità di cercarla.

IL TRATTAMENTO PSICOLOGICO DELL’IPOCONDRIA
Una volta esclusa qualunque condizione medica che possa spiegare pienamente i segni o i sintomi fisici manifestati, il trattamento d’elezione è la psicoterapia, che viene effettuata da uno psicologo specializzato in psicoterapia. 
L’ipocondriaco non è  un “malato immaginario” né tanto meno si inventa sintomi e malesseri: chi soffre di questo disturbo si sente realmente male, e il suo problema consiste unicamente nella difficoltà di accettare che il disagio è prodotto dalla sua mente e non ha altre spiegazioni. E’ molto importante che il paziente si senta compreso e avverta che i suoi problemi e le sue preoccupazioni sono stati considerati in maniera appropriata. Il terapeuta non dovrebbe mai dimenticare di riconoscere al paziente che i sintomi che egli sperimenta sono reali e devono essere presi sul serio. Questi pazienti, infatti, si sono sentiti ripetere probabilmente per lungo tempo che i loro sintomi sono “tutti nella mente” quando, in verità, i sintomi che sperimentano sono assolutamente reali.
E’ difficile che l’ipocondriaco si renda conto della precisa natura del proprio problema con una tale chiarezza da abbandonare la vana ricerca di un oscuro male fisico per affidarsi con convinzione ad uno psicologo. Anche chi sospetta che il proprio malessere sia di natura completamente psicologica fatica ad abbandonare la trafila di visite ed esami medici alla quale si sottopone abitualmente quando inizia una psicoterapia. In un primo momento quindi è realistico pensare che la persona non abbandoni del tutto il dubbio di soffrire di un male fisico, e il trattamento psicoterapeutico avverrà con tutta probabilità mentre il paziente è ancora alla ricerca di una spiegazione medica per i propri disturbi. La conquista della convinzione della natura psicologica del malessere infatti costituisce un obiettivo terapeutico che sarà raggiunto solo in un secondo momento . Ciò che conta quindi non è che la persona smetta subito di sottoporsi agli accertamenti, che sono per lei funzionali, ma che arrivi a non eseguirne più dopo aver lavorato sulle cause del problema. La paura patologica, proprio in quanto costruzione della mente, può essere destrutturata e superata grazie all’aiuto di uno psicologo psicoterapeuta. 
Per poter accettare e iniziare un percorso terapeutico è indispensabile  una profonda motivazione al cambiamento, che può trovare energia nella propria sofferenza ma anche nella presa di coscienza del dolore e del disagio che la propria condizione procura alle persone amate.
Quando la psicoterapia non è praticabile o la gravità del quadro clinico lo richiede è utile il ricorso alla farmacoterapia, solitamente con la somministrazione di antidepressivi, ammesso che la persona accetti di prendere dei farmaci senza temere che arrechino dei danni al proprio organismo.
Il disturbo ipocondriaco, se non adeguatamente trattato mediante un intervento psicoterapeutico ed eventualmente farmacologico, tende a mantenersi nel tempo, portando ad un deterioramento della qualità della vita del soggetto.
                                         Dott.ssa Rita Manzo

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mercoledì 3 aprile 2013

PAURA DI AVERE UNA MALATTIA (IPOCONDRIA)

Il termine ipocondria si riferisce alla preoccupazione  dovuta alla convinzione di avere una malattia grave. Tale convinzione del soggetto si basa sulla errata interpretazione dei segnali corporei o dei propri sintomi fisici, per cui ad esempio un piccolo dolore al petto o al braccio sinistro viene immediatamente considerato come un principio di infarto. La convinzione erronea persiste nonostante un’accurata valutazione medica escluda la presenza di una condizione di patologia tale da giustificare la preoccupazione ipocondriaca. Le preoccupazioni possono riguardare numerosi apparati, in momenti diversi o simultaneamente e spesso diventano un elemento centrale dell’immagine di sé, un modo di rispondere agli stress di vita.
I criteri diagnostici per l’Ipocondria secondo il DSM-IV-TR sono i seguenti:
  1. La preoccupazione legata alla paura di avere, oppure alla convinzione di avere, una malattia grave, basate sulla erronea interpretazione di sintomi somatici da parte del soggetto.
  2. La preoccupazione persiste nonostante la valutazione e la rassicurazione medica appropriate.
  3. La convinzione di cui al Criterio A non risulta di intensità delirante (come nel Disturbo Delirante, Tipo Somatico) e non è limitata a una preoccupazione circoscritta all’aspetto fisico (come nel Disturbo di Dismorfismo Corporeo).
  4. La preoccupazione causa disagio clinicamente significativo oppure menomazione nel funzionamento sociale, lavorativo, o in altre aree importanti.
  5. La durata dell’alterazione è di almeno 6 mesi.
  6. La preoccupazione non è meglio attribuibile a Disturbo d’Ansia Generalizzato , Disturbo Ossessivo-Compulsivo,Disturbo di Panico (Senza Agorafobia e Con Agorafobia),Episodio Depressivo Maggiore, Ansia di Separazione., o un altro Disturbo Somatoforme.
Specificare se:
     Con Scarso Insight: se, per la maggior parte del tempo durante l’episodio in atto, la persona non è in grado di riconoscere che la preoccupazione di avere una malattia grave è eccessiva o irragionevole.
I soggetti ipocondriaci sono molto più sensibili e attenti ai segnali corporei dei soggetti non ipocondriaci . Spesso si oppongono all’ipotesi di soffrire di un disturbo psicologico ed effettuano tipicamente un vero e proprio pellegrinaggio fra medici ed esami clinici che non rilevano alcun serio disturbo, cadendo a volte nella rete di ciarlatani che si propongono di risolvere il problema con metodi non certo scientifici, ma altamente suggestivi e potenzialmente capaci di catalizzare le speranze di persone sempre più angosciate dalla presenza di un “male oscuro” che nessuno sembra in grado di comprendere né di combattere.
Naturalmente affinchè si possa parlare di ipocondria, una valutazione medica completa deve avere escluso qualunque condizione medica generale che possa spiegare pienamente i suoi segni o sintomi fisici (per quanto possa talora essere presente una condizione medica generale concomitante).
Il disturbo può esordire a qualunque età, ma si riscontra più comunemente nella prima metà dell’età adulta ed è equamente distribuito tra maschi e femmine. E' sconosciuta la percentuale di diffusione del disturbo nella popolazione generale, ma nella pratica psicologica generale va dal 4 al 9%.
Tipicamente insorge durante periodi di intenso stress, durante o dopo una grave malattia oppure dopo la perdita di un familiare. Il decorso è di solito cronico, persiste per anni nel 50% dei casi, con sintomi che vanno e vengono, e presenta una comorbidità con disturbi d’ansia, disturbi dell’umore e disturbi somatoformi. L’ipocondriaco evita gradualmente tutte le situazioni che potrebbero costituire una minaccia alla propria salute, sviluppando a volte anche un Disturbo Ossessivo-Compulsivo organizzato attorno all’evitamento di tutto ciò che considera patogeno e alla costruzione di rituali che gli consentano di scongiurare l’esordio di ulteriori malattie.
L'ipocondriaco non è un "malato immaginario", ma una persona che manifesta con molteplici sintomi corporei un reale disagio psicologico che deve essere riconosciuto e adeguatamente curato. L’ipocondriaco avverte realmente tutta la sintomatologia di una determinata patologia, perché è talmente sensibilizzato all’ascolto del corpo che la sua soglia del dolore si abbassa e quindi percepisce il dolore con maggiore intensità. Inoltre, la costante paura di ammalarsi associata al rimugino sulla malattia, costituisce di per sé una forma di autosuggestione che, in alcuni casi, può portare a somatizzare i sintomi della malattia in questione innescando un circuito di comunicazione fra psiche  e soma che predispone all’insorgenza di malattie.
Dunque quando il disturbo si protrae nel tempo si osservano delle reali somatizzazioni, effetto del continuo stress da ansia elevata a cui il soggetto sottopone il proprio organismo.
I soggetti con ipocondria possono allarmarsi se leggono o sentono parlare di una malattia, se vengono a sapere che qualcuno si è ammalato, o a causa di osservazioni, sensazioni, o eventi che riguardano il loro corpo. 
Talvolta i pazienti ipocondriaci adottano uno stile di vita simile a quello di un malato cronico o di un invalido ed evitano attività che richiedono degli sforzi nel timore che questo possa nuocere alla loro salute. Soffrono molto e si lamentano della propria salute parlandone lungamente con chiunque li ascolti. Queste modalità d’interazione con gli altri conducono spesso il paziente ipocondriaco ad un progressivo logorio delle relazioni interpersonali, sia al di fuori che all’interno del nucleo familiare.
A volte l’intera vita familiare è condizionata da questo problema che diviene determinante nelle scelte relative a molte attività dei familiari. L’ipocondriaco assume così un ruolo centrale all’interno della famiglia e ciò gli consente involontariamente di ottenere attenzione e considerazione che non ha potuto ottenere altrimenti; ciò costituisce il cosiddetto “vantaggio secondario” della malattia, che costituisce uno degli ostacoli principali alla guarigione, per quanto il paziente non si renda conto di questo né l’abbia deliberatamente provocato o ricercato.
In assenza di un’adeguata terapia psicologica, il quadro clinico può evolvere in senso peggiorativo sia per l’insorgenza di nuovi disturbi, sia per la comparsa di ulteriori pensieri ossessivi riguardanti la salute fisica.
 Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale 
Se hai bisogno di una consulenza puoi contattarmi al numero 3333072104 

                                     

sabato 30 marzo 2013

BUONA PASQUA!

INTERVISTA SUL SETTIMANALE GRAZIA n°13 MARZO 2013

La Dott.ssa Rita Manzo, psicologa e psicoterapeuta, è stata recentemente intervistata dalla giornalista Marìka Surace sul settimanale nazionale di attualità, moda e spettacolo "GRAZIA" n°13 di marzo 2013.
Si propone qui un pezzo dell'articolo dal titolo  "E' la febbre del gioco" che tratta appunto di un problema di grande attualità, quello del gioco d'azzardo patologico.


....Secondo il ministero della Sanità, quasi un milione di italiani soffre di ludopatia, ovvero il gioco d'azzardo patologico. E con un recente decreto il ministro Renato Balduzzi le ha riconosciuto lo status di vera e propria dipendenza che, come tale, va curato dal servizio sanitario nazionale. << Il gioco d'azzardo patologico è una malattia cronica>>, spiega Rita Manzo, psicologa e psicoterapeuta che alla ludopatia ha dedicato molti studi. << Serve dunque un intervento terapeutico strutturato, anche se, purtroppo, chi ne soffre difficilmente riconosce di essere malato>>. Non solo poker online e tavoli da gioco, ma gli apparentemente innoqui bingo, gratta e vinci e slot machine creano una dipendenza che coinvolge sempre più le donne. <<Colpite più delle altre categorie dalla crisi economica, sperano di riacquistare la perduta autonomia, o di risollevare le sorti della famiglia, attraverso una vincita>>, continua la psicoterapeuta. << A volte si inizia per noia o solitudine, poi il gioco diventa un'evasione dalle preoccupazioni quotidiane. Ma l'unico traguardo possibile è la dipendenza. E solo con  un percorso psicologico, che coinvolga anche amici e familiari, si può sperare di guarire>>....

Per approfondire l'argomento si può consultare l'articolo dal titolo gioco d'azzardo patologico: con la ludopatia non si gioca!


mercoledì 27 marzo 2013

AGORAFOBIA: AIUTO, HO PAURA AD USCIRE DI CASA!

L'agorafobia (o sindrome agorafobica) costituisce una forma di ansia innescata dal trovarsi in luoghi o situazioni in cui non sia possibile ricevere soccorso o da cui potrebbe risultare difficile fuggire. Il termine "agorafobia" significa "paura degli spazi aperti" anche se il significato è esteso a tutti i luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile o imbarazzante allontanarsi, o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un attacco di panico. L'elemento comune e caratterizzante delle numerose situazioni che possono originare disturbi da agorafobia è l'impossibilità dell'individuo a sottrarsi facilmente da esse, siano esse fisiche (stare fuori casa da soli, trovarsi in mezzo a una folla o in un treno) o psicologiche (la paura di malattie gravi o la volontà incontrollabile di rifugiarsi in un luogo sicuro).
I pazienti con Agorafobia temono le situazioni in cui è difficile scappare o ricevere soccorso; di conseguenza, essi evitano tali luoghi al fine di controllare l’ansia legata alla prefigurazione di una nuova crisi di panico. Evitano sistematicamente tutti i luoghi, le situazioni ed i contesti nei quali ci potrebbero essere ostacoli alla possibilità di essere aiutati. Tra le situazioni che più frequentemente vengono evitate si riscontrano: uscire da soli o stare a casa da soli; guidare o viaggiare in automobile; frequentare luoghi affollati come mercati o concerti; prendere l’autobus o l’aereo; essere su un ponte o in ascensore. 
Quando questi evitamenti iniziano a compromettere le attività quotidiane ed il funzionamento socio-lavorativo della persona allora si parla di Agorafobia. 
Talvolta, il problema è più difficile da individuare perché il soggetto non evita certe situazioni temute ma diviene incapace di affrontarle senza l’assistenza di una persona di fiducia.
I criteri diagnostici per l’Agorafobia secondo il DSM-IV-TR sono i seguenti:
A. Ansia relativa al trovarsi in luoghi o situazioni dai quali sarebbe difficile (o imbarazzante) allontanarsi o nei quali potrebbe non essere disponibile aiuto nel caso di un Attacco di Panico inaspettato o sensibile alla situazione o di sintomi tipo panico. I timori agorafobici riguardano tipicamente situazioni caratteristiche che includono essere fuori casa da soli; essere in mezzo alla folla o in coda; essere su un ponte e il viaggiare in autobus, treno o automobile.
Nota: Prendere in considerazione la diagnosi di Fobia Specifica se l’evitamento è limitato a una o solo a poche situazioni specifiche o la Fobia Sociale se l’evitamento è limitato alle situazioni sociali.
B. Le situazioni vengono evitate (per es., gli spostamenti vengono ridotti) oppure sopportate con molto disagio o con l’ansia di avere un Attacco di Panico o sintomi tipo panico, o viene richiesta la presenza di un compagno.
C. L’ansia o l’evitamento fobico non sono meglio giustificabili da un disturbo mentale di altro tipo, come Fobia Sociale(per es., evitamento limitato alle situazioni sociali per timore di essere imbarazzato), Fobia Specifica (per es., evitamento limitato ad una singola situazione, come gli ascensori), Disturbo Ossessivo-Compulsivo (per es., evitamento dello sporco per gli individui con ossessioni di contaminazione), Disturbo Post-traumatico da Stress (per es., evitamento di stimoli associati con un grave fattore stressante) o Disturbo d’Ansia di Separazione (per es., evitamento della separazione dalla casa o dai familiari).

SINTOMI DELL’AGORAFOBIA
I sintomi di agorafobia sono sia di natura fisica che psicologica. I pazienti che hanno avuto un attacco di panico o altri sintomi di panico in passato, possono temere di rimanere intrappolati in situazioni simili in cui è difficile scappare o dove possono perdere il controllo in un luogo pubblico.
I sintomi psicologici dell'agorafobia possono includere: sensazione di agitazione o irascibilità , rimanere chiusi in casa per lunghi periodi di tempo, sensazione di essere staccati o lontani dagli altri, senso di impotenza e di sentirsi dipendenti dagli altri, sensazione che il corpo e l'ambiente siano irreali, pensieri confusi o disordinati. Tipicamente, i pazienti sperimentano ansia o attacchi di panico e i relativi sintomi fisici che spesso li accompagnano, come battito cardiaco accelerato, sudorazione eccessiva e problemi respiratori. Altri sintomi fisici includono: dolore addominale, dolore toracico, capogiri, spasmi muscolari o tremore, sensazione di testa vuota, nausea e vomito, intorpidimento e formicolio, rossore della pelle.
Le persone con agorafobia spesso diventano frustrate e si vergognano del loro comportamento. Di conseguenza, sono a rischio per lo sviluppo di molte altre condizioni, tra cui la depressione e l'abuso di sostanze stupefacenti. L'isolamento e l'evitamento sono tendenze tipiche di chi soffre di agorafobia. Le situazioni vengono evitate oppure sopportate con molto disagio o con l'ansia di avere un Attacco di Panico o sintomi tipo panico, o viene richiesta la presenza di un compagno, di un partner solidale, di una persona in grado di rassicurare.

CAUSE DELL’AGORAFOBIA
La sindrome agorafobica è dovuta a un insieme di fattori ambientali (esterni), fisici e psicologici (interni). Alla radice di queste paure sussiste quasi sempre un disagio interno che porta le persone a sentirsi inadeguate, per nulla fiduciose in sé stesse e alla ricerca continua di una figura protettrice. Infine, ciò che aggrava le situazioni tipiche dell'agorafobia, soprattutto quando esse si siano già verificate in passato, è l'elemento della paura che esse possano ripetersi da un momento all'altro, finendo così per instaurare un circolo vizioso da cui è molto difficile uscire e che provoca, nei casi più gravi, violenti attacchi di panico. 

Dal punto di vista ambientale, i luoghi tipici in cui può aversi agorafobia sono i mezzi di trasporto o i luoghi di ritrovo al chiuso (ristoranti o cinema) e all'aperto, in particolar modo quelli molto affollati (per esempio in mezzo al traffico), anche se il semplice trovarsi da solo in uno spazio molto vasto può provocare gli stessi effetti. Tuttavia gli elementi esterni vanno ben oltre la paura dei mezzi di trasporto o dei luoghi chiusi; ovvero, esistono condizioni particolari per cui l’individuo si fa prendere dal panico per motivi ingiustificati. 
Tipico è il caso delle persone che associano sensazioni dolorose interne a gravi malattie o casi in cui l’ansia è talmente elevata da portare la persona a desiderare più di ogni altra cosa la fuga verso un luogo o una persona sicura e protettiva. In questo caso la lontananza da una persona di riferimento e la difficoltà a raggiungerla può generare ansia o attacchi di panico.

COME CURARE L'AGORAFOBIA
Generalmente chi soffre di disturbi da agorafobia tende a evitare, oltre alle situazioni potenzialmente pericolose, anche di parlare dei propri problemi, avvertendo questo suo disagio interno come qualcosa di umiliante e imbarazzante nei confronti della società. 
Questo non permette né di comprendere la reale portata del disturbo né una facile guarigione. Inoltre queste persone spesso preferiscono rivolgersi alla farmacologia, con uso (e spesso abuso) di ansiolitici. Quest'ultimi, tuttavia, nella maggior parte dei casi, non aiutano a curare la malattia, ma anzi creano sintomi secondari quale ad esempio la dipendenza da essi, una sorta di ancora di salvataggio, priva però di una concreta soluzione. L'agorafobia richiede una terapia psicologica per la sua guarigione e solo se strettamente necessario bisogna abbinare ad essa una terapia farmacologica. La terapia psicologica per l’Agorafobia è mirata alla risoluzione e al miglioramento della situazione di disagio attraverso una riorganizzazione delle risorse della persona con lo scopo di individuare ed intervenire sulle cause del problema (e non solo sui sintomi come fa la terapia farmacologica)  e cercando, inoltre, di trasmettere una maggiore convinzione e fiducia in sé stessi. 
               
 Se soffri di agorafobia ed hai bisogno di una consulenza puoi contattarmi al numero 3333072104

Dott.ssa Rita Manzo
Psicologa, Psicoterapeuta Sistemico-Relazionale
Calvi Risorta (CE), Santa Maria Capua Vetere (CE)

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lunedì 4 marzo 2013

ANSIA E DISTURBI D’ANSIA


L’ansia è un'emozione di base che comporta uno stato di attivazione dell’organismo quando una situazione viene percepita soggettivamente come pericolosa. Nella specie umana l’ansia si traduce in una tendenza immediata all’esplorazione dell’ambiente, nella ricerca di spiegazioni, rassicurazioni e vie di fuga, nonché in una serie di fenomeni neurovegetativi come l’aumento della frequenza del respiro, del battito cardiaco (tachicardia), della sudorazione, vertigini, ecc.. Tali fenomeni dipendono dal fatto che, ipotizzando di trovarsi in una situazione di reale pericolo, l'organismo in ansia ha bisogno della massima energia muscolare a disposizione, per poter scappare o attaccare in modo più efficace possibile, scongiurando il pericolo e garantendosi la sopravvivenza.
Dunque l’ansia ha una funzione adattiva. E’ un meccanismo utile per la sopravvivenza e l’adattamento all’ambiente, permette di riconoscere segnali minacciosi e pericoli, mobilitando le risorse più appropriate per fronteggiare situazioni critiche come situazioni di pericolo fisico (rischio di morte o di danni al proprio corpo), oppure situazioni di pericolo affettivo e sociale (rischio di perdere la protezione e l’affetto della figura di accudimento, rischio di essere isolati dal gruppo, rischio di essere abbandonati dal partner, di essere derisi, ecc.).
L’ansia, quindi, non è solo un limite o un disturbo, ma costituisce una importante risorsa, perché è una condizione fisiologica, efficace in molti momenti della vita per proteggerci dai rischi, mantenere lo stato di allerta e migliorare le prestazioni.
Quando il sistema dell’ansia si attiva in maniera eccessiva, ingiustificata o sproporzionata rispetto alle situazioni, però, siamo di fronte ad un disturbo d'ansia, che può complicare notevolmente la vita di una persona e renderla incapace di affrontare anche le più comuni situazioni.
L’ansia diventa disadattiva quando è incongrua o esagerata rispetto alla situazione ed interferisce in modo significativo con la vita di una persona, con le sue scelte, con i suoi comportamenti quotidiani.
L’ansia è un’emozione alla base di attacchi di panico, fobie e di altri disturbi, detti appunto disturbi d’ansia.
I disturbi d'ansia conosciuti e chiaramente diagnosticabili sono i seguenti:
-Fobia specifica (aereo, spazi chiusi, ragni, cani, gatti, insetti, ecc.).
-Disturbo di panico e agorafobia (paura di stare in situazioni da cui non vi sia una rapida via di fuga).
-Disturbo ossessivo-compulsivo.
-Fobia sociale.
-Disturbo da stress acuto o post-traumatico da stress.
-Disturbo d'ansia generalizzata.
SINTOMI
L'ansia è connotata da varie sensazioni per lo più spiacevoli fra cui il timore, la paura, l'apprensione, la preoccupazione, la sensazione che le cose possano sfuggire di mano, il bisogno di trovare una soluzione immediata e, nel caso di esposizione prolungata, la frustrazione e la disperazione.
L’ansia sproporzionata può manifestarsi con sintomi psichici, come sensazione di pericolo imminente o di minaccia verso qualcosa di indefinito su cui non si ha il controllo. Questo stato dà luogo a preoccupazioni immotivate riguardo ogni settore della propria vita (salute, futuro, lavoro, persone care) determinando uno stato di continua apprensione, ed eccessive reazioni di allarme anche verso sollecitazioni di lieve entità. L’ansia può manifestarsi, inoltre con sintomi somatici: disturbi cardiovascolari (tachicardia, palpitazioni, variazioni della pressione, dolori al torace) o respiratori (sensazioni di soffocamento o di mancanza del respiro), gastrointestinali (stitichezza, diarrea, nausea, vomito, bruciore o dolore gastrico) e somatici (sudorazione, sensazioni di freddo o di caldo, bocca secca, senso di vertigine o di sbandamento), oltre a alterazioni del sonno e dell’appetito.
Il soggetto ansioso accusa difficoltà di concentrazione e un vago senso di confusione che rendono difficoltosa la sua applicazione alle abituali attività e possono portare ad una riduzione delle prestazioni e dell’efficienza abituali. Inoltre, con l'accrescersi dell'ansia anticipatoria, molti soggetti ansiosi preferiscono evitare luoghi e situazioni che possono essere fonte di ansia.
TRATTAMENTO
Quando l’ansia supera un certo livello, disperde troppe energie e porta ad un disagio insopportabile. Bisogna quindi trovare una via d’uscita. E’ necessaria una cura quando l’ansia e i suoi sintomi compaiono spesso e per periodi prolungati, quando hanno un’intensità eccessiva rispetto alla situazione e sono vissuti con molto anticipo rispetto all’evento temuto (ansia anticipatoria) e, in generale, quando si prova ansia in situazioni che la maggior parte delle persone affronta senza particolare disagio.
Inoltre, quando le scelte di vita (sia nella quotidianità sia in tempi più lunghi) sono condizionate dall’evitare situazioni di ansia è opportuno valutare un intervento terapeutico specifico.
L’ansia è spesso collegata ad una paura cosciente, accettabile che ne maschera una più profonda e meno accettabile. Il compito dello psicoterapeuta è quello di capire le origini di tale ansia. Il lavoro terapeutico ha inoltre l’obiettivo di permettere alla persona di gestire meglio le situazioni vissute con ansia favorendo le scelte di vita coerenti con il proprio benessere, riducendo l’ansia e superando i limiti dati dall’ansia e dai sintomi d’ansia.
Per superare un Disturbo d'ansia è opportuno rivolgersi ad un terapeuta per chiedere una diagnosi e valutare l’indicazione per un trattamento, che in alcuni casi, può essere integrato da una terapia farmacologica sotto controllo medico.
Troppo spesso però i disturbi d’ansia sono trattati solo con la terapia farmacologica (di stretta competenza medica), utile a ridurre o eliminare la sintomatologia, ma non ad eliminare le cause del disturbo. 
I disturbi d’ansia si possono affrontare rivolgendosi ad uno psicologo-psicoterapeuta, chiedendo una consulenza necessaria a raccogliere gli elementi utili per individuare un percorso specifico utile alla sua risoluzione. 
Il percorso psicoterapeutico, ha una valenza importante, in quanto è finalizzato non solo ad eliminare il sintomo, ma anche le sue cause, percorrendo la strada che va alla radice del disagio.  
La terapia Sistemico-Relazionale si può rivelare utile nel trattamento di questo disturbo. 
           Dott.ssa Rita Manzo, Psicologa e Psicoterapeuta


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martedì 15 gennaio 2013

ORTORESSIA: L’OSSESSIONE PER IL CIBO SANO



L’ortoressia è un disturbo molto diffuso, ma non ancora ufficialmente incluso tra i disturbi del comportamento alimentare.
È un’ossessione patologica che riguarda le proprietà e la qualità dei cibi. Mentre nell’anoressia e nella bulimia nervosa è soprattutto la “quantità” di cibo che rappresenta un problema, qui è soprattutto la “qualità” di ciò che si ingerisce ad avere valore.
L’ortoressico elimina ampie categorie di alimenti ritenendoli genericamente “dannosi”, senza che questa convinzione corrisponda né ad un effettivo danno personale (allergie, intolleranze ecc.) né a riscontri scientifici. I cibi vengono catalogati dall’individuo ortoressico, come “puri”, se a suo avviso si possono mangiare, ed “impuri” quando invece vanno accuratamente evitati. Il soggetto si astiene dal nutrirsi con alimenti che non facciano parte della categoria classificata come “pura”.
Questo desiderio di “salute a tutti i costi” riguarda principalmente il cibo, ma si manifesta anche con l’ossessione del fitness, dei massaggi, della pulizia, del rilassamento, ecc.
Le fissazioni dell’ortoressico generalmente sono quelle di mangiare verdure crude e frutta solo di stagione, insalate con foglie non tagliate perché non perdano le loro qualità nutritive, escludere uova, latticini, carne, conoscere in modo preciso le etichette di ciò che mangia, le percentuali delle sostanze nutritive e dei componenti di ogni scatoletta, il valore calorico, i carboidrati…
In tal modo la gamma alimentare  tende a restringersi progressivamente, fino a divenire limitata a pochissimi ingredienti e a modalità di preparazione ripetitive e ritualistiche.
In molti casi queste fissazioni portano la persona ortoressica a trascurare le relazioni sociali, ad isolarsi, giudicando “gli altri” con un senso di superiorità: tutto ciò conduce all’isolamento, a ripiegarsi sui propri pensieri, tutti centrati sul cibo, sulla pulizia non solo esteriore, ma anche interiore.
I sintomi più comuni appartenenti ai soggetti ortoressici sono i seguenti:
- necessità di conoscere ogni singolo ingrediente contenuto negli alimenti
- necessità di programmare ogni pasto
- paura di contaminare il proprio corpo
- disgusto nel riempire il proprio corpo con sostanze non naturali
- desiderio continuo di depurarsi
- severità con se stessi e senso di colpa quando si trasgredisce alla dieta
- disgusto per le persone che mangiano in modo normale
- difficoltà di relazione con chi non condivide le proprie idee sul cibo.
L'ortoressia è sicuramente un disturbo del nostro tempo, che risente di influenze culturali, in particolare della moda alimentare di consumare cibi biologici che si è affermata solo recentemente.
L’ortoressia colpisce soprattutto soggetti adulti, over 30, ed è sempre più diffuso tra gli uomini e tra le persone di buon livello culturale. Il maggior coinvolgimento dei soggetti maschi si può spiegare col fatto che l’ideale maschile condiviso non è la magrezza, ma piuttosto la salute, il benessere fisico e l’apparente giovinezza.
Quella che nasce come desiderio di una dieta sana e bilanciata, con il passare del tempo, si trasforma in una vera e propria ossessione, che influisce fortemente anche sui rapporti affettivi e sociali, che assumono un ruolo subordinato e sacrificato rispetto al cibo (per esempio, alimentazione solitaria, prolungata per ore, rifiuto di cenare in ristorante, ecc.).
I soggetti pongono l’alimentazione al centro della loro esistenza e finiscono per ridurre progressivamente i loro interessi al di fuori di questa area.

L’ortoressico grave si impone regimi dietetici rigidi e restrittivi, e fa di tutto per evitare di mangiare qualcosa che ritiene contaminato o che possa nuocere alla sua salute. Se capita di dover mangiare qualcosa di “impuro” l’ortoressico prova un senso di colpa: vomito, diarrea, mal di testa sono i sintomi che sopraggiungono dopo essere caduti in tentazione. Tale senso di colpa non si placa fino a quando l’inadempienza alle “regole” non viene auto-punita. Le auto-punizioni non sono estreme come quelle a cui si sottopone il soggetto colpito da anoressia o bulimia, ma implicano comunque una ancora più drastica riduzione dello spettro di alimenti che “si possono mangiare”. Tutto ciò porta la persona ad evitare sempre di più situazioni sociali che lo costringono a mangiare cibo per lui contaminante e, dunque, la solitudine e la depressione sono dietro l’angolo.
Naturalmente, oltre alle conseguenze sulla vita di relazione, a lungo andare possono crearsi anche scompensi metabolici di gravità variabile o sindromi da malnutrizione. Analogamente, la negazione di un’alimentazione diversificata favorisce la perdita del piacere del cibo, e addirittura la riduzione dei sensi dell’olfatto e del gusto, con conseguente ulteriore perdita di interesse verso il cibo in quanto tale.
Dietro alla mania del mangiare solo cibo sano ci sono spesso manifestazioni legate all’ipocondria e alla paura ossessiva di contrarre malattie. Spesso gli ortoressici hanno in comorbidità anche un disturbo ossessivo compulsivo di personalità. Le persone sono angosciate da fobie per le  malattie e dalla paura di contaminazione. Spesso sono assillate dal desiderio di avere un corpo forte e resistente agli attacchi infettivi o al trascorrere del tempo. 
Anche se l’ortoressia nasce dal desiderio del soggetto di avere uno stile di vita più “sano”, la linea tra uno stile di vita sano e questo disturbo è davvero molto sottile, perciò, è  molto difficile individuarlo come problema psicologico.
I rischi non sono alti se la cerchia di alimenti “consentiti” è quella di un vegetariano, ma possono aumentare, se il cibo inizia ad insinuarsi in ogni pensiero, discorso ed azione intrapresa.
Nei casi lievi o transitori chi soffre di ortoressia non raggiunge comportamenti dannosi, mentre nei casi gravi arriva a modificare il proprio stile di vita, vivendo in uno stato di costante pericolo e arrivando a isolarsi e a manifestare un vero e proprio disturbo di personalità.
Le conseguenze fisiche dipendono dalla gravità e dalla durata del disturbo, ma possono prodursi notevoli conseguenze relazionali (isolamento sociale, rituali ossessivi) ma soprattutto possono insorgere altri disturbi dell’Alimentazione di grado più severo: infatti, la propensione a trasformarsi in Anoressia Nervosa è molto comune.
La differenza principale con l’anoressia, che a prima vista appare molto simile, è l’assenza di un pensiero continuo al peso, alle forme corporee ed all’apporto calorico. L’interesse è rivolto solo alla qualità vera o presunta dei cibi da introitare, che il soggetto, almeno per quanto riguarda le porzioni, mangia sempre in quantità normali. 
Le conseguenze a lungo termine di questa patologia dipendono principalmente dal regime calorico-dietetico, che l’individuo s’impone.
La terapia dell'ortoressia prevede un approccio globale che comprende psicoterapia più seguimento dietologico.
                                         Dott.ssa Rita Manzo

Ne troverai due specifici per l'Ortoressia nella sezione Scale di Autovalutazione per i Disturbi dell'Alimentazione.

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